giovedì 30 dicembre 2010

Sineddoche: Madame Bovary





Ho letto Madame Bovary. L’ho fatto indulgendo ad una lentezza che, benché non mi privasse di una forza appassionata, nell’atto di leggere il libro, me l’ha fatto rileggere, procurandomi tutto lo spettro di queste emozioni: brio, divertimento, affetto, contemplazione, epifania, terrore, noia, fastidio, ripugnanza, e giunto all’epilogo tutta la lista di avvertimenti ben noti ad ogni ipocondriaco che si rispetti.
Il lettore di Madame Bovary viene a trovarsi di fronte ad una evidenza eclatante, quasi impudente nella sua platealità: capisce cioè, di avere tra le mani il romanzo perfetto. Succede per molteplici ragioni, e non pretendo certo di essere acuto o originale scrivendo due righe a braccio su un romanzo che ha accumulato centocinquanta anni di minuziosa esegesi. Tuttavia, non manco delle mie buone ragioni.
Anzitutto, il fatto stilistico: Capitolo VIII parte seconda, parodiando la tronfiaggine di Homais, Flaubert sembra raccogliersi in un piccolo vezzo autocompiacente - ce lo immaginiamo dopo una lunga giornata di accanita lotta con il linguaggio:
- Che catastrofe spaventosa! – esclamò il farmacista che trovava sempre espressioni adatte a tutte le circostanze immaginabili.

Che è quello che accade precisamente alla scrittura di Flaubert, qui impegnata a marcare una distanza, non solo critica, ma anche viscerale dai suo personaggio: Il mediocre Homais trionferà pure come trionfa la vita, godrà della gloria che si è guadagnato per mezzo delle abiezioni, ma lo scrittore lo punisce in continuazione, degradandolo tramite la comparazione:  Homais sfoggia la sua cultura raccogliticcia, Flaubert la grandezza dello manipolazione linguistica ( E l’erudizione che gli consente di giocare con la sua piccola creatura ). Un moralista è denudato da un giudizio di valore sfoderato sul campo della cultura: una rivincita che la vita concede assai raramente agli uomini vocati alla verità.
Lo stile flaubertiano, tra le altre cose, è essenzialmente un lavoro contro l’inerzia del linguaggio a farsi parola creativa, e il fulcro di questo stile sembra essere la concentrazione evocativa, che chiamo “densità sensoriale”; cioè la possibilità di esprimere, nel più sintetico dei modi possibili , tutta la gamma delle possibili sensazioni, la risonanza di un ambiente sui sensi, come nel caso di questo periodo:

La tenerezza dei giorni passati tornava loro nel cuore, abbondante e silenziosa [udito] come il fiume [vista] che scorreva [udito, vista] con tanta mollezza [tatto] quanta ne portava il profumo [olfatto] delle serenelle.

Tematicamente, poi, fra le tante risorse che il romanzo possiede, pur nella celebrata e vituperata impassibilità \ obiettività, Flaubert si premura di rispondere - com’è ovvio, per un libro promosso a status di classico - a tutta una serie di questioni esistenziali: il conflitto fra sogno e realtà in Emma, certo, la rapacità e la volgarità della vita, la sopravvivenza dell’esistenza alla tragedia ( e quindi la sua indifferenza alle sofferenze ), ma anche la degradazione sociale, l’educazione non proporzionata al ceto etc. Eppoi, un’altra domanda, dall’apparenza secondaria: di cosa ci innamoriamo quando ci innamoriamo? La risposta - come faceva già notare Barthes - è: dei dettagli. Nel romanzo succede continuamente, quasi coattivamente: i dettagli sono i latori della seduzione, dell’amore sensuale, concretizzazioni del desiderio. E’ chiaro che accade davvero così, nella vita, ma nell’ottica del romanzo questo accanimento fenomenologico sembra suggerire che l’amore è possibile solo fuori da una prospettiva generale, escludendo cioè una visione d’insieme - sulla persona, sulla vita - che è prima deludente, poi agghiacciante, infine mostruosa, in una climax di disperazione. D’altra parte, sono i personaggi stessi a rivelarsi di volta in volta poveri, sognatori o meschini, in rapporto al loro desiderio ( che nasce dai dettagli ).
Carlo, bonario succube di una madre fin troppo operosa, Edipo inconcludente, prototipo del marito amorevole e tuttavia tragicamente inadatto, di fronte a questo desiderio ( “Carlo fu sorpreso dalla bianchezza delle unghie della giovane. Erano lucenti, appuntite, più levigate degli avori di Dieppe, e tagliate a mandorla”) - è meravigliosamente e colpevolmente inconsapevole, e le sue sempre più frequenti visite ad Emma si svolgono nel segno di questa automazione, di questa inconsapevolezza: - Quanto a Carlo, non si chiese perché andava ai Bertoux con piacere. Se ci avesse pensato, avrebbe indubbiamente attribuito il suo zelo alla gravità del caso o forse al profitto che se ne attendeva.
Quando Emma si innamora di Leone, al contrario, il dettaglio si rivela comparativamente, seguendo la logica dell’evasione, della rivolta romantica a cui Emma è congenitamente fedele:- Ella notò le sue unghie che erano più lunghe di quanto portavano gli altri, a Yonville.
Rodolfo, invece, nobile provinciale e rozzo seduttore, conosciuta Emma, riepiloga sommariamente le sue doti fisiche, come si fa con un capo di bestiame: “ E’ assai carina! “ – egli diceva tra sé – “ è assai carina quella moglie del medico! Bei denti, occhi neri, piede civettuolo, ben fatta, come una parigina.”
Denti, occhi e piedi che, veicoli di una passione che rompe fragilissimi equilibri, alla morte di Emma saranno mortificati dall’unzione sacerdotale, sorta di sfregio che la continuità della vita – e della comunità con la sua ipocrita sopravvivenza -  impone a chi tenta di venir meno alla loro (della vita e della comunità) inflessibile autosufficienza: “Immerse il pollice destro nell’olio, e cominciò le unzioni: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato le magnificenze terrestri; poi sulle narici, ghiotte di brezze tiepide e profumi d’amore; poi sulla bocca, che si era aperta per la menzogna, che aveva mandato gemiti d’orgoglio e gridato alla lussuria; poi sulle mani, che avevano goduto contatti soavi, e infine sulla piante dei piedi, così rapidi un tempo, quando ella correva a soddisfare i suoi desideri, e che ora non avrebbero camminato più".


venerdì 24 dicembre 2010

In nome della Madre. Erri de Luca contro il Natale come ideologia.


Ma c’è un bianco dentro la luce
ancor più misterioso
più oscuro delle ombre
più chiaro delle evidenze,
lo so, lo so da molti anni,
mi tiene per sé, lo tengo per me,
non per egoismo, non per altro,
perché questo è il mio colore.
Di questo bianco parla Dante,
di questo, non degli altri:
la calce violenta dei muri,
la pagine mai scritte,
i fumi delle cose che non sono.

Vittorio Cozzoli






Ho cercato un libro natalizio. C’era Dickens, c’era Murno. Ho preferito un libro piccolo intriso di una stagione malinconica e di poesia andata.  Non è difficile intuire cosa sia questo piccolo gioiello:

E' la storia della nascita di Gesù (che non viene mai nominato, chiamato semplicemente figlio) di Miriam e di Iosef di Giuda, ovvero colui che si è fidato. La fiducia è l’unica certezza del libro è la bellezza e la pienezza ingenua della parola contro ogni ragionevole dubbio. Il punto di vista è quello di Miriam, donna già nel nome prediletta. Appellativo duplice il suo: 

"In ebraico esistono due emme, una normale che va in qualunque punto della parola e una che va solo in ultima casa. Miriàm a due emme, una d'esordio e una terminale. Hanno due forme opposte. La emme finale, mem sofit in ebraico, è chiusa da ogni lato. Quella iniziale è gonfia e ha un'apertura verso il basso. È un'emme incinta".



Lo stile è lineare, semplice, dimesso. Protagonista è la semplicità della vita, quella che attraversa ogni esistenza ordinaria e straordinaria. L’umanità diventa sacra nei suoi moti quotidiani, nelle piccole e grandi trasgressioni, nelle fughe e nelle rinascite di ogni comunità. Assistiamo ad un bambino che non piange, consapevole come la madre del suo destino segnato. Diviene per questo fondamentale  il momento fra la notte e l’alba quando madre e figlio sarebbero stati soli nell’attesa della venuta del tempo. E’ un canto per la Madre di Dio e la gloria di colui che porta il suo nome (in Israele il nome è di discendenza matrilineare).

[…] fino alla prima luce Iesu è soltanto mio. E’ solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Stanotte qui a Bet-Lehem è solamente mio. Succhiava e respirava, la mia sostanza e l’aria: “Non potrai avere niente di più bello di questo figlio mio. Il respiro di una notte di kislev scarsa di luna, te l’offre la terra di Israele, il succo di madre-pianta lo spremi tu da me.  Questo è il meglio che potremo darti, la tua terra ed io.” […]


L’adolescenza di Miriam va morendo nel momento in cui accetta di essere invasa dalla mansuetudine e dall’obbedienza al destino prescrittole. Indipendentemente dalla volontà di fede, questo libro sviscera la gravidanza senza diventare ideologico. Erri de Luca ricorda in una bella intervista a Feltrinelli editore:  

“La gravidanza è una scelta della donna, gli uomini stiano zitti uccidono solo il mistero, e non c’è nessuna ragione per vietare anche la soppressione di una gravidanza. Dimostra la libertà della vita”. 


Miriam è inedita, non è la figura muta a cui siamo abituati. Ella è davvero regina e non cede di un passo. Non riconosce il testo sacro come vincolante, ma usa il corpo per compiere il suo istinto che è l’attimo escatologico irripetibile. E’ duttile, attenta, vigile, cauta. E’ una regina di Israele così come lo sono state altre prima di lei. Avevano avuto ragione nonostante la rabbia degli uomini:  

“[…] c’erano state donne in Israele che avevano avuto ragione contro la legge. Avevano agito con il loro corpo contro i comandamenti ed erano diventate madri di Israele".

Prima che la rinascita del Sole, oggi è la rinascita di una nuova consapevolezza che prima o poi tutti gli uomini dovranno riconoscere, la fiducia nel poter dire: “E’ stata più giusta di me”.

Sino ad allora, ogni Natale che scorrerà sarà vano.

lunedì 20 dicembre 2010

L’Apocalisse di McCarthy sotto la lente di René Girard: The Road.





“Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”.
(McCarthy intervista a la Repubblica il 10\01\2010)


La Strada è diventato un libro di culto fra pochi eletti. Considerato il peggiore di McCarthy dal grande pubblico, insipido, triste, senza azione e abbandonato a sé stesso non voleva trovare mercato in Italia né come libro né come film. Grazie al cielo uomini spiritualmente vivi, come i manager editoriali dell’Einaudi, hanno salvato dal baratro un capolavoro che altrimenti rischiava di tagliare fuori nuovamente questo paese beota dalla sapienza collettiva.
La trama è lineare e disperante. Un padre e un figlio, sopravvissuti ad una catastrofe, fuggono dai rigori invernali in una America senza cibo, acqua potabile, animali e piante. Piove sempre e se non piove la cenere avvolge ogni cosa soffocando il sole e ogni tentativo di vita. Nemmeno un abbozzo intorno a loro. Le giornate sono una costante lotta per il cibo, ripararsi dal freddo inverno, e fuggire dai loro simili che dediti al cannibalismo si nutrono di tutto ciò che respiri. La madre del bambino suicidatasi, lascia una pistola carica di tre proiettili con cui il marito e il bambino in estremo pericolo si sarebbero tolti la vita. Mentre l’uomo cede alla debolezza e alla malattia il bambino si fortifica e mantiene vivo il fuoco della speranza circa il destino che li attende.

McCarthy è un dolorista, un solitario che non ama la leggerezza ma la tratteggia e la esclude poi (penso lo faccia inconsciamente).  Apre mondi desolanti misterici, e in questi anfratti non esiste il femminile quindi la speranza. Il richiamo profondo al Dio abramitico è totale anche se non voluto immediatamente e viene alla meglio celato.  In una delle sue rare interviste (mi riferisco a quella apparsa su Repubblica il 10\01\2010) afferma la summa del suo modus operandi: “Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”. McCarthy è bravo, religiosamente colto, un uomo colmo di spirito e di altrettanta intelligenza per essere scettico di questo.
La Strada è stato definito un romanzo di formazione apocalittica in cui il rapporto padre e figlio era tratteggiato misticamente e in maniera poco reale, vago e volutamente insipido. Niente di più superficiale poteva essere detto di fronte a questo capolavoro che segna l’abbandono di McCarthy alla frontiera e il mito americano di una generazione self made man e valorosa. Già in una sua precedente fatica Non è un paese per vecchi (con trasposizione cinematografica dei fratelli Coen) McCarthy dimostra la sua vena cristologica: So che nella storia di una famiglia ci sono sempre un sacco di cose inventate di sana pianta. Nella storia di qualunque famiglia. Le storie si tramandano e la verità si tradisce. Come si suol dire. E probabilmente c'è chi pensa che ciò vuol dire che la verità non è abbastanza forte. Ma si sbaglia. Secondo me, dopo che tutte le bugie sono state dette e dimenticate, la verità sta ancora lì. Non va da nessuna parte e non cambia da un momento all'altro. Non si può corrompere, così come non si può salare il sale. Non si può corrompere perché è quella che è.”
Sta parlando della verità nei legami affettivi, delle ombre che vengono esposte in millenni di letteratura, in saghe mitiche, in scritture pre e post abramitiche. Tutti i grandi romanzi, da Dostoevskij a Melville sino ad Isaac Asimov passando per la Austen e la Woolf, parlano ed espongono in maniera chiara o velata di questioni circa l’universalità dei rapporti umani e delle loro implicite complicazioni. La Strada, come ogni libro di McCarthy, è stato accusato di essere maschilista nel senso più becero del termine ovvero di non portare mai una figura femminile sullo sfondo predominante della storia. McCarthy non usa mezzi termini: ”Quando si parla di violenza è bene non mettere di mezzo la donna, se pensi alla donna quella ti porta speranza e nei miei romanzi non voglio parlare di speranza.” Come vedremo in seguito, questa affermazione sarà predominante.


La Strada scorre via veloce, non porta da nessuna parte e per certi versi è lontanissima, anzi direi ulteriore, rispetto alle precedenti fatiche dell’autore. McCarthy cerca di usare la potenza comunicativa delle scritture mitologiche e usa quelle con cui ha più affinità essendo egli cattolico irlandese (anche se ama definirsi scostante rispetto al cattolicesimo, forse un po’ per premura, ma come O’Connor il substrato religioso permea ogni virgola dello scritto). La funzione delle scritture, prima fra tutte la Bibbia, è mostrarci come i rapporti fra le persone siano causa di eventi e mai conseguenze occasionali volute da una immensa mano pacifica dicasi Dio o destino. Nel Levitico si tratteggiano i rapporti fra padri e figli che confluiscono nella speranza profetica di Isaia nel veder finalmente placata l’ira e la furia della divinità contro coloro che dovevano essere i suoi figli prediletti.  René Girard fa bene a sottolineare in un volume (Prima dell’apocalisse, René Girard, Transeuropa) che l’ira dei padri è perenne sino alla fine dei tempi. Essi saranno sempre impositivi, iperprotettivi e quindi ingiusti e tirannici. L’alternarsi di generazioni apre al tempo escatologico verso la fine dell’era del Padre per mano del Figlio e non è mai un processo indolore, anzi passa attraverso la morte e il sacrificio. Nessuno vuole morire, checché si dica di sacrosanti eroi che amano gettarsi nella morte con serena gloria, nemmeno i santi e nemmeno i figli di Dio si sentono esenti dalla paura della Soglia.  McCarthy lo sa e lo usa con sereno distacco. Essendo egli stesso padre, registra come naturale, imporre al figlio la forzata sopravvivenza, la non rassegnazione, la lotta e la bellezza del mondo. E’ in questo contesto estremo, la catastrofe non meglio definita del libro, che il padre vive in funzione del figlio annullando la sua ira verso il mondo e si concentra sulla sua sopravvivenza dello stesso, simbolo della Vita globale. Non è il Dio ebraico che fa perire il figlio e lo sacrifica, ma porta su di sé il sacrificio necessario affinché il tempo si compia ovvero l’abbandono della vendetta e del giudizio. Il padre di McCarthy è inflessibile, vendicativo con chi tenta di metterli in pericolo, guarda con disprezzo gli uomini che si sono lasciati andare al tabù del cannibalismo e hanno abbandonato il fuoco (Tu porti il fuoco? Chiede il bambino all’uomo sulla spiaggia e non accetta un rifiuto come risposta, pena la morte). Si dedica con tutte le forze alla sopravvivenza del figlio divenuto nella sua consapevolezza salvifico (Quando non so più cosa immaginare, mi nutro dell’immaginazione della mente di un bambino). Non è solo salvifico per il padre, ma diviene il simbolo dell’archetipo misterico per eccellenza: la vita indistruttibile.
Il libro, e di conseguenza anche il film, sono stati definiti distopici poco credibili e l’innocenza del bambino è stata mal tollerata da un pubblico cinico e superficiale. Basti cambiare prospettiva e spostarsi realmente sull’analisi biblica dell’apocalisse per vedere come il libro si inserisca in un contesto ulteriore. René Girard afferma: “Mostrare la crocifissione come il sacrificio di un innocente, equivale a rivelare (apocalissi è rivelazione e non distruzione) la natura collettiva dell’omicidio, permettendoci di capire che si tratta di un fenomeno mimetico. Se i “poteri” (prima lettera ai Corinzi) avessero saputo chi era Cristo e cosa sarebbe successo non lo avrebbero mai crocifisso, significava firmare la propria condanna ovvero mostrare il meccanismo di potere più reale e sincero: la persecuzione ingiusta poteva essere rivelata”. Ne la Strada non abbiamo più bisogno di questo, i poteri hanno divorato ogni cosa. Piove perennemente e se non piove una coltre di cenere rende impossibile filtrare la luce del sole. Gli animali si sono estinti e la terra è sterile. Le donne del film finiscono per suicidarsi in massa, essendo il corpo femminile  legato al ciclo naturale, interrotto e mortificato da coloro che non hanno saputo preservare la vita come bene primo e ultimo. McCarthy dimostra come le stesse gerarchie ecclesiastiche siano cieche di fronte al reale pericolo umano, non la biogenetica che apre alla vita proprio la dove la natura lo impediva, ma la protezione dei poteri costituiti tramite armi totalmente compromettenti come quelle atomiche. Mentre si guarda all’uomo come centro delle teorie e speculazioni religiose, la vita ci passa oltre umiliata e affranta. OGM, allevamenti intensivi da lagher sovietici, piogge acide controllate tramite dispositivi chimici. I poteri non proteggono la vita, ma la gestiscono come meglio credono pensando solo al destino della progenie umana. Il libro dimostra come l’uomo senza la Natura non sia altro che desolazione. Un animale in via d’estinzione come tanti altri.
Altra metafora espressiva è lo sfondo femminile: dove manca la vita la donna è assente. Nemmeno il femminismo più acuto ha colto davvero l’essenza della donna permeata di una risorsa inestimabile che è la speranza intrinseca alla vita. Non è un caso che nell’apocalisse ad apparire sia una donna vestita di luna gravida, ovvero ricolma di gloria (la vita gloriosa delle baccanti dionisiache). McCarhy però non vuole essere consolatorio, così mentre il padre si dimostra sempre più attaccato alla vita, il bambino diviene generoso e non vuole punire chi tenta di derubarli del carrello delle provviste, anzi le sperpera nel tentativo di conservare vita attorno a sé. Sono atteggiamenti entrambi distruttivi e senza equilibrio.  Il vecchio, che il bambino porta con sé, rifiuta il cibo offerto e rifugge la vita ben conscio di non voler continuare in uno scenario tanto desolante. Rinfrancato dalla vita può congedarsi da essa con serenità, e nonostante il bambino non lo capisca, si guarda bene dall’imporre una supplica ricordando quanto sia importante- e talvolta vitale- scegliere la morte rispetto alla vita. Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.

Nel libro di McCarthy è l’apocalisse biblica ad essere la reale protagonista, la desolazione dopo l’invasione di Gog e Magog, l’assenza di tempo perché tutto è compiuto: Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e di bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.

Il Film:
Buon adattamento da parte di Jhon Hillcoat. La sceneggiatura non tradisce le aspettative del lettore. Gli scenari sono resi con la giusta crudeltà, così come le scene più crude del film non vengono risparmiate o censurate. Il film è abbastanza lento, nonostante l’angoscia e la tensione costante, ma non ha buchi di regia. I campi lunghi sono una scelta felice per sottolineare la vastità e la piccolezza degli uomini mentre ci si avvia con questa umanità-relitto verso Sud.
Ringrazio la Videa-CDE che ha avuto le palle per acquistare i diritti di distribuzione fregando i cinefili di casa nostra amanti dei panettoni e di battute di bassa lega.



Voto libro: 9
Voto film: 7,5

giovedì 9 dicembre 2010

Sineddoche: La risposta di Wallace







"Il Dostoevskij di Joseph Frank" è una recensione che David Foster Wallace incluse nel volume  “Considera l’Aragosta” e vi si tratta di come, nel 1957, l’allora giovane professore Joseph Frank fosse colpito da una epifania di proporzioni paragonabili a quella che Dostoevskij sperimentò con gli occhi bendati davanti al plotone d’esecuzione, e di come questo fatto l’avesse spinto a dedicare un’intera vita alla compilazione della più imponente opera di esegesi anglofona sull’opera e la vita di Dostoevskij. Di Joseph Frank e del suo immane progetto, all’epoca della recensione (1996) non ancora completato, discute accuratamente Foster Wallace, con la sua incomparabile e maniacale precisione. La stessa accuratezza, d’altronde, la dedica all’opera di Dostoevskij e a quello che rappresenta per lui come lettore e scrittore americano. Non mancano i soliti momenti esilaranti, dovuti al fatto che raramente Wallace è preda di una sindrome da timore reverenziale. Di certo non intende mandarle a dire, e la sua maniera gioviale e giovanile di confrontarsi coi titani della letteratura, quel suo interfacciarsi appianando le possibili disparità per mezzo dell’ironia, acquista una incomparabile forza persuasiva (Considera l’aragosta è un capolavoro di retorica persuasiva, a tratti sfiancante, certo, coi suoi codicilli e le sue puntigliose note a piè di pagina, ma d’altro canto capace di avvincere e donare il piacere della lettura anche quando discute di diatribe fra linguisti d’oltreoceano).  Così, per la prima volta, assistiamo ad un giovane e geniale scrittore che si libera dall’omertoso imbarazzo accademico e si mostra alle prese con il grande dubbio che sorge in ogni smaliziato lettore di Dostoevskij: “ [in Dostoevskij] Quando le persone si arrabbiano, per esempio, fanno cose tipo “agitare i pugni”, oppure si danno del “mascalzone” o si “scagliano contro” qualcuno.  Si può sapere che cosa significa “scagliarsi contro” qualcuno? Succede decine di volte in ogni romanzo di Fmd. Cosa, “scagliarsi contro” di loro per picchiarli? Per urlare? . Oppure, senza grossi fronzoli, ci viene ribadito che è ben nota l’ironia del fatto che Dostoevskij, le cui opere sono celebri per compassione e rigore morale, nella vita reale era per molti versi uno stronzo: vanitoso, arrogante, sprezzante, egoista.
Ma, certo, più di tutto ci viene ribadito il fatto che ogni carattere di Dostoevskij è un carattere vivo e moralmente significativo, e riesce ad essere entrambe le cose senza perdere mai la tridimensionalità: misura del talento dello scrittore. Ciò che più interessa Wallace, però , è il domandarsi come sia possibile, oggi, per uno scrittore serio, lontano cioè da logiche puramente commerciali, veicolare per mezzo dei personaggi, profondi dilemmi morali ed esistenziali senza suscitare l’immediata ilarità del mondo letterario. E’ possibile essere seri e moralmente irreprensibili nell’epoca dello scetticismo congenito? E’ possibile farsi portavoce di una ideologia per mezzo di quella letteratura che mai come oggi è il canale specializzato nella demolizione di ogni ideologia? Cioè, è possibile costruire qualcosa letterariamente senza che poi ciò che si è costruito sia destinato all’annichilimento? Wallace non ne è sicuro, e ammette che non esistono formule. D’altro canto, nel corso della recensione, avviene qualcosa di particolare. Egli inserisce delle interpolazioni, in ordine casuale, chiuse da due coppie di asterischi, composte esclusivamente da domande esistenziali e  disancorate rispetto al corpo del testo. Una mossa rischiosa e apparentemente irriguardosa, quasi il tentativo adolescenziale di ritagliarsi uno spazio per le proprie riflessioni all’interno di un discorso soggetto a invalicabili limiti strutturali: una ribellione alla forma recensione, ci viene da dire. Ma questo è solo un primo giudizio, che viene presto smantellato da due fatti.
Il primo fatto, che accade nelle ultime righe, è Wallace che scopre il meccanismo delle interpolazioni e lo giustifica, condannandolo, in una specie di mostruoso autodafé intellettuale:
La biografia di Frank ci spinge a domandarci come mai sembriamo richiedere alla nostra arte di tenere una distanza ironica da profonde convinzioni o domande disperate, costringendo così gli scrittori contemporanei a ridicolizzarle o a cercare di farle passare camuffandole con qualche trucco formale come citazioni intertestuali o accostamenti incongruenti, relegando le cose veramente pressanti fra asterischi come parte di qualche artificio polivalente di defamiliarizzazione o qualche cagata del genere.

Il secondo poi, che è più concettuale che evenemenziale, è costituito dalla genuinità di queste domande. E tanta sincerità finisce per giustificare l’espediente stilistico di voluta goffaggine meta letteraria. Accettiamo il giochetto, perché possiede un contenuto autentico. La natura di queste domande è profondamente Wallaciana: sono questioni che ruotano tutte quante attorno al concetto di egoismo inteso come impedimento alla realizzazione di una vera empatia, di una vera connessione di solitudini.
La prima interpolazione recita così:

**Sono io una brava persona? Nel profondo, voglio poi davvero essere una brava persona, o voglio solo sembrare un brava persona in modo che la gente (incluso me stesso) mi approvi? C’è differenza fra le due cose? Come faccio a sapere davvero se mi sto prendendo per il culo da solo, moralmente parlando?** 

Strano a dirsi, ma rileggendola ho creduto che David avesse, alla fine, trovato la sua risposta. Dico alla fine perché l’ultimo racconto da lui pubblicato si intitola Brave persone, ed è una lunga e cerebrale ricognizione nei pensieri di due ragazzi che si apprestano a compiere una scelta doppiamente vitale, in cui è a repentaglio la vera natura umana e ciò che la rende accettabile dentro  un contesto sociale: la sua reputazione. E’ un racconto bellissimo che si conclude, liberatoriamente, così:

E se non avesse la più pallida idea di cos’è l’amore? [...] E se fosse stata solo questione di paura, se la verità non fosse stata altro che quella, e se la cosa per cui pregare non fosse stata neppure l’amore ma il semplice coraggio, il coraggio di guardarla negli occhi mentre lei glielo dice, e di fidarsi del proprio cuore?


mercoledì 8 dicembre 2010

“La Trilogia del Bar” Stefano Benni e il Natale al tempo della crisi globale 2.0


Tutti si prodigano di ricordare un Natale sobrio, senza esagerazioni nei regali, nel cibo, insomma una austerità di dickensiana memoria. Non sapevo cosa consigliare, se non libri dal prezzo assai caro ricordando però la loro collocazione in quei luoghi meravigliosamente democratici: le biblioteche pubbliche  ultimi stendardi della cultura europea di stampo fieramente socialista filo giacobina. Avevo in mente libri edificanti, seri, impegnati ma in cuor mio non me la sentivo nemmeno di recensirli tanta sarebbe la miseria nei confronti di un paese che sta andando letteralmente a fondo. Non volevo incazzarmi, non sotto Natale.  Di morti ammazzati ne è triste la cronaca stessa -anche i giornalisti di nera ormai si sentono banali- di romanzi rosa ne abbiamo tutti il vomito, in favole e fantasy non abbiamo più la forza di credere. E’ giusto, i cambiamenti vanno elaborati, assorbiti, capiti. E’ inutile forzare la gente ad accettare l’evoluzione verso “persone serie e sobrie e responsabili”, e convincere i giovani a smettere di assecondare un sistema che li confina in discoteche mattatoi per fargli dimenticare il lavoro precario, l’assenza di una famiglia ma soprattutto una dignità e un cervello pensante.  L’altro giorno mi sono fermata al  bar in centro per prendere un caffè post pranzo e mi è stata offerta la possibilità di fare la quinta in una briscola chiamata, o pensionata.  E’ andata più o meno così:
“Fiola*, il Giovanni el ghe no, vegnet te con notre a giùgar!” (Figliola, Giovanni non c’è, vieni a giocare con noi!)
“ In verità dovrei andare a lezione” guardo l’orario sulla parete e torno a fissarli. 14,30.
“Te parlet bele bén, te ghet mia bisogn dei maester” (Parli già bene, non hai bisogno di altri maestri)
*Particolare vezzeggiativo lombardo-cremonese, per indicare donne non ammogliate che sono in odore di santità, ovvero vivono l’età fertile.

Li ho guardati sospettosa poi penso “non mi costa nulla”. E poi avevano già dato le carte. Sono sempre stata brava con gli assi, anche se cerco di tenermi lontana dal poker e il suo santuario aperto di fianco ad un abituale locale cremonese dove sono solita passare innumerevoli ore nel santo sabbath. Si fanno le 19,30. Fra una briscola e l’altra si parla di tutto, anche se con me usano particolare reverenza sul genere femminile, non si lasciano andare nei soliti discorsi che aguzzo ogni mattina prima di passare a lezione. Li apprezzo, ci provano a farsi volere bene dai giovani che non gli degnano più di attenzione.
Durante l’ultima partita, con annesso servizio di Spritz campari soda, Vi ho pensato. Ma soprattutto, ho pensato a Stefano Benni e la sua trilogia del Bar. Mentre ridevamo per l’ennesimo errore del Mario, dettato dalla sua infallibile cocciutaggine, mi sono ricordata delle lacrime che tentavo di nascondere nelle ore di narrativa rubate illecitamente alle altre materie scolastiche del liceo.  
E’ questo il mio regalo di Natale, sane risate per un mondo in via d’estinzione, il Bar all’italiana e le sue cialtronerie.

Bar Sport
Scritto nel 1976, è un classico dell’umorismo all’italiana. Ci sono gli eroi dell’epopea umana più disparata: lo spara balle, il professore, il teNnico, il carabiniere scansa fatiche, il ragioniere innamorato della cassiera dal seno prosperoso (“ha delle tette stratosferiche”), il leggendario calciatore dal tiro portentoso che caccia il pallone sfondando i muri di cinta dell’oratorio, il lavapiatti che sogna di diventare IL cameriere, il gelataio e il bambino cretino, il Nonno. Poi ci sono altri protagonisti robotici flipper, il telefono a gettoni, la brioche condannata all’esposizione perenne e una attesa spasmodica del suo consumatore. Le comparse: il benzinaio, il pazzo, le due anziane signore, il gatto trippone, il pescatore, la naja. Ricordatevi nel Bar Sport ci si scambia anche i regali: sigari, cambiali e abbonamenti in tribuna.
[…]«Hanno mangiato la Luisona!». La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.[…]

Bar Sport Duemila

Il Bar sport riapre i battenti, ma tutto cambia. I tempi scorrono e si insinua la malinconia per il turbo acceleratore che cancella l’umanità nella sua schizofrenia. Il libro si apre con l’analisi dei banconi stellari che hanno sostituito il sano banco sporco di caffé  e i viventi che li popolano.  Nel Bar Fico vengono esposte solo brioche invisibili a occhio nudo da scegliere con il microscopio, nessun cliente mostra un colorito naturale ma visi abbronzatissimi che vanno dall’albicocca al vitel tonné, ovunque squillano cellulari, rombano motori di chi parcheggia direttamente nel bar, e i banconi e camerieri sono in preda al delirio stilistico del designer. Nel Bar Peso, invece, si accentuano le caratteristiche brutali:  i cocktail assassini, la toilette irraggiungibile, la minacciosa torta Palugona. Come nel precedente capitolo il Bar è un contenitore per raccontare una umanità sempre più cupa e offesa ma irresistibile: il sassofonista Elmo Buenavista innamorato della bella Sweet Misery, la video battaglia di nonno Amedeo contro il Booz giapponese e i primi video giochi, Gaetano mai apparso in televisione, i tre Re Magi, Capitan Carabus.  Ci accompagnano nuovi amici (nemici) tecnologici: il videogioco, il distributore confidente o bastardone, la battaglia delle mosche per salvare la regina, il fetennista che si presenta tutto tecnologico e sudato, il cellulare con la conversazione truffaldina. Mozione speciale di questo piccolo capolavoro: la riparazione del Nonno, Sigismondo e Vittorina e il Bar di una stazione qualunque.
[…] Ma ogni giorno vedo diventare la gente più cattiva per niente, odiare quello che non conosce, ripetere i tormentoni della televisione invece di dire quello che c’ha dentro. Allora mi arrabbio. E a me, glielo dico subito, se la borsa scende o sale non me ne frega nulla. Mi frega dell’altalena dell’umore della gente. […]

Il Bar sotto il Mare

Si discosta dall’impianto narrativo dei precedenti, il bar qui è solo un pretesto narrativo, un luogo fantastico di cornice boccaccesca dove i presenti si impegnano a narrare una storia. Tutti i racconti vengono aperti da una citazione letteraria permettendoci così di cogliere l’ulteriore dimensione che Benni cerca di conferire ai suoi scritti a volte surreali, altri grotteschi, altri ancora profondamente seri perché parlano di un amore trascendente alla vita e le sue creature sempre più umiliate e bugiarde. Il libro si inserisce sia all’interno della trilogia del Bar sia nel recente Pane e Tempesta dove si afferma nell’incipit: “Nei sogni della notte i cattivi chiedono perdono ed i buoni uccidono”. Il campionario umano è infinito: Sompazzo il paese più bugiardo del mondo, Gaspard il più grande cuoco di Francia, il verme mangia parole, la disfida di Salsiccia, il dittatore pentito, il marziano innamorato, il delitto della II C, l’autogrill della morte, il porno sabato del cinema Splendor, e via dicendo.
Mozione speciale per: il folletto delle brutte figure, il diavolo geloso e la chitarra magica e i capricci del dio Amikinont’amanonmikit’ama.  A raccontare queste meravigliose fandonie troviamo il barista, l’uomo con il cappello, l’uomo con la gardenia della sirena, il marinaio, l’uomo invisibile, la vamp e molti altri.
[…]Non so se mi crederete. Passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri credono, e l'altra metà a credere in ciò che altri deridono[…]

Vi lascio con un regalo di Natale, prendetelo ora che sono in buona, si sa mai che da qui al 25 dicembre diventi di nuovo cattiva, acida,ipertrofica, e non ve ne sia più per nessuno:
Le persone non muoiono, restano incantate (Joao Guimaraes Rosa).
E’ la citazione usata da Benni per presentare Arturo perplesso davanti alla casa abbandonata in riva al mare.  Direi che rende bene la situazione dell’Italia, un paese che aveva il compito di esportare la gioia e la cultura, ed ora esporta cervelli a basso costo umiliando chi resta a bighellonare. Andrò di nuovo a giocare a carte, chissà che non mi vengano altre ispirazioni.

giovedì 2 dicembre 2010

“La fantasia per forza” la speranza e gli studenti book-block contro il Ministro Gelimini.

Nel ’68 gli studenti tedeschi protestavano agitando Kant e la sua critica della ragion pratica. Erano tempi diversi, i padri erano forti e fin troppo presenti (o tradizionalmente persistenti). Non è un caso che Kant fosse il protettore di quei giovani scandalizzati e inorriditi davanti ai crimini dei padri, laddove più di ogni altra zona del mondo, si era consumato l’orrore del concetto stesso di orrore. Lo sterminio degli Ebrei (ma anche degli omosessuali e degli zingari) non era altro che l’uccisione del concetto stesso di padre. Seme a causa del quale si poté uccidere Dio e smettere di percepirlo nel mondo in ogni sua forma. Kant fu il primo a criticare i padri, e gli studenti tedeschi lo sapevano bene.
Ora sono padri a loro volta e noi siamo i loro figli vilipesi e umiliati. Su di loro cosa possiamo usare se hanno cambiato il mondo diventando i nuovi dittatori in una dialettica senza pace, in pieno stile cristiano centrico, o marxista-hegheliano?
Ovunque nel mondo esplode la rabbia per la perdita e la morte stessa dell’Istruzione, del suo progressivo svuotarsi in una pietosa agonia senza precedenti nel mondo Occidentale tutto. Mentre in Cina si studiano i grandi classici occidentali noi europei italiani facciamo crollare Pompei, e il Ministro della cultura italiana non solo non si dimette ma difende il suo operato furbescamente scaricando barili di letame sul mondo istituzionale, sia nazionale sia locale.
Ebbene,  il grido di equilibrio per questa torsione umiliante tutta europea esce dai polmoni di un popolo che viene da tutti considerato artisticamente fancazzista.  I giovani si inventano le armi per il futuro, combattono una battaglia ideale contro i padri che li hanno svuotati, contro chi ha decretato che Delitto e castigo fosse troppo vecchio per poter condurre una società turbo capitalistica. I giovani della meglio gioventù urlano, e si fanno scudo proprio di quei testi che nessuno osa più leggere, ma compra per tenerli in libreria giusto per fare “serio” magari nelle edizioni di lusso, quelle meglio tradotte (I meridiani) vendute a cifre folli per un feticismo culturale ed estetico.
Questa zona della protesta merita attenzione proprio perché i ragazzi hanno capito il punto essenziale di questo cambiamento europeo nell’Istruzione: la distruzione della memoria artistica, del linguaggio e della bellezza. Non è un banale tagliare fondi alla ricerca, anche umanistica (ebbene sì si fa ricerca anche su materie desuete), è smembrare, parcellizzare, togliere dall’unità un pensiero continuo –che ha a che fare con la memoria culturale del mondo- e renderlo schizzoide e incapace di esplicarsi in tanti frammenti parcellizzati, inspiegabili senza un contesto definito. La colpa è del mercato e dei suoi libri infantili che non sanno dire nulla ma lo sanno dire bene. I giovani hanno alzato gli scudi di cartone, gommapiuma, e con innegabile forza hanno resistito alla carica. Qualcuno urla: “Hanno massacrato la nostra Costituzione”.



I libri della protesta sono clamorosi, eterodossi:
La Repubblica di Paltone
Satyricon di Petronio
Decameron di Boccaccio
Il principe di Macchiavelli
Don Chisciotte di Miguel de Cervantes
Moby Dick di Melville
Tropico del Cancro di Henry Miller
Il piccolo principe di A. Saint-Exupery
Ragazzi di Vita di Pier Paolo Pasolini
L’isola di Arturo di Elsa Morante
Il sole nudo di Isaac Asimov
Cent’anni di solitudine Gabriel Garcia Marquez
Una donna spezzata di Simone de Beauvoir
Mille piani di Gilles Deleuze
Cecità di J.Saramago
Sono in prima fila. Proteggono ragazzi incazzati. Urlanti. I manganelli arrivano, loro resistono. Il Don del mulino a vento avrebbe riso dei nostri assai sprovveduti ed ingenui cavalieri. Resistono e dietro di loro iniziano ad intravedersi altri libri viventi Gomorra, Q di Wu Ming, Harry Potter.



E Serrianni, uno dei più grandi linguisti italiani uno dei padri, afferma in una intervista a Repubblica: “ Di certo non sono letture generazionali, sembrano uscite dall’immaginario anni ’60 e ’70, dall’immaginario dei loro genitori piuttosto che dall’esperienza diretta dei ragazzi, ma questo non importa gli studenti sanno che Don Chisciotte esiste e lo usano. Picchiare Don Chisciotte fa sicuramente impressione”.
Un messaggio a tutti i dottori che credono nelle generazioni perdute: la mia generazione, quella in piazza, quei libri li ha letti tutti, o per lo meno, i migliori sicuramente.  I padri, tornano, sono insopportabili nella loro paternalistica arroganza. I giovani non leggono meno che i nostri padri del ’68.
L’arroganza accademica, è la pietra dietro alla quale si sono arroccati anni di pregiudizio razziale, sessista, generazionale. Pietra che nemmeno coloro che avevano giurato di combatterla sono riusciti a sconfiggere, anzi si sono fatti assorbire da quella forma strana di paternalistica compassione per la generazione video game. Al signor Serrianni, bisognerebbe fare il conto di quanti giovani universitari  in quella piazza si erano anche messi a leggere Gadda, Proust, Tolkien, Lewis, O’Connor. Si sarebbe sorpreso.
Ma come dice Flannery O’Connor in un suo titolo esemplare: “Il cielo è dei violenti”.
La violenza non è solo quella dei manganelli, ma quella verbale, l’arroganza, l’umiliazione di chi si sente depositario della verità solo per accumulo indiscusso di letture. I giovani, quelli ancora sani di mente e viventi, leggono. E non solo gli autori di sinistra.
Miller e Pasolini ridevano dei marxisti ideologizzati, tanto quanto dei fascisti e dei nazisti in decomposizione.  Arriverà il ricambio e forse diremmo addio ai Serrianni e ai loro pregiudizi. Qualcuno ha giurato di aver visto uno scudo con la Bibbia. Ma qualcuno dei nostri l’ha buttato in un cassonetto "Adesso non esageriamo".



lunedì 29 novembre 2010

Sineddoche: “ E c’è qualcuno che mi chiama scemo…” - Una difesa di M. Night Shyamalan





Una premessa: questa che state per leggere voleva essere una nota. Redigendola, mi sono accorto che stavo scrivendo un breve saggio. Tanto meglio. Ho tradito subito i miei propositi. In un testo che si apre parlando del tradimento mi pare il massimo che potessi fare. Chi arriverà a capo di questo coso finirà dritto nel listino di gente a cui voglio un sacco bene.



Il mondo si muove per amore: si inginocchia davanti ad esso ammirato.
M.Night Shyamalan – The Village


A chi si sente tradito - dal momento che non lo ammetterebbe mai - risulta arduo comprendere che l’esperienza del tradimento è frutto di un trauma emotivo: non ci si può sentire traditi senza essere stati in qualche modo innamorati o anche solo superficialmente invaghiti. Questo trauma è figlio di un’aspettativa frustrata, un incontro mancato col nostro oggetto d’amore, perdipiù  facilmente alimentato da quell’insidiosa specie di odio di cui è imbevuta ogni pura devozione amorosa, il sentimento di invidia che a guardarlo bene esprime senza censure il desiderio di annullarsi nell’altro, di ricalcare, essere, sostituire la persona che amiamo: poter essere l’altro è una maniera di adorare l’amore che solo noi crediamo di essere capaci di tributargli. Così, quando l’amato fedifrago finisce in disgrazia, non c’è niente di più piacevole che alimentarne spietatamente lo sprofondamento.  Da qualche anno, e in maniera acuta da qualche mese, M.Night Shyamalan è l'oggetto di questo spiacevole tipo di attenzione  che culmina nel goliardico cinismo umoristico americano e nell’ impietoso accanimento sul cadavere, qualche giorno fa vigliaccamente esperito dal meno talentuoso degli attori hollywoodiani (probabilmente per questo più incline al tipo di meschinità in esame ) - e io ho fatto della sua risoluta difesa un motivo di principio. Primo, perché Shyamalan è un grandissimo regista. Secondo,perché è ostinatamente fedele ai suoi principi di artista. Terzo, perché è un uomo che va pesantemente controcorrente, e se offre consolazioni non lo fa in maniera ruffiana, ma costringendo lo spettatore ad interrogarsi sulle cose che nella vita contano veramente. Quarto, perché fa tutto questo in quella maniera naif che risulta deliziosa. Quinto, perché non mi piace il bullismo letterario, e meno ancora quello critico, e meno ancora quello blogger. E’ deprecabile. Non mi piace il bullismo tout court, a dire il vero, e ho sempre considerato il bullo un essere umano senza nerbo, privo di autonomia di giudizio, un povero inetto. Presi dall’invasamento isterico dell’amante tradito, i critici cinematografici e i cinebloggers, di fronte a due prove che hanno suscitato perplessità ( Lady in the water, The Happening ) e ad un fiasco conclamato ( The Last Airbender ), dandosi di gomito e rivoltando accuratamente il proprio pomodoro nel palmo della mano per vedere di spiaccicarlo bene sulla faccia di uno Shyamalan costretto alla gogna, e aderendo al comitato licenziamoci-dal-lavoro-e-passiamo-le-giornate-a-trollare-in-ogni-forum-di-internet-che-Shyamalan-dovrebbe-smettere-di-lavorare-un-po’-come-abbiamo-fatto-noi, facendo tutto questo con quel vile coraggio che cresce nutrito dalla conformità rassicurante della pubblica opinione, facendosi cioè forza del numero, hanno iniziato a riconsiderare retroattivamente tutte le opere di Shyamalan alla luce di questa sua teofania di regista senza talento: anche quelle che hanno amato. Un comportamento assai maturo, mi pare. Al quale mi sento di replicare, ora, un po’ più coscienziosamente, con la mentalità di chi accetta che nella vita è normale essere traditi, dato che succede periodicamente: e non solo bisogna accettarlo, ma è anche utile imparare a perdonare, utile per la psiche, intendo: la nostra. Una delle solenni bagattelle che sento proferire in questi giorni da questa novella torma di collaudatori di ghigliottine per cineasti indiani, è che persino “il sesto senso” sarebbe un film da niente, se gli togliamo il twist finale. Sono aspiranti critici cinematografici a dire questo. E mi rincresce dover replicare che no, se ti sei fatto stordire solo dal twist finale, il twist a là Shyamalan, all’epoca non ancora un marchio di fabbrica, non hai preso bene in considerazione gli altri aspetti del film, e che no, non sarai mai un critico cinematografico, e forse un giorno siederai morto di sonno alle due di notte nel salottino blu di Marzullo ad esibire il tuo inglese impeccabile: e che, dio ne scampi, forse sarai sposato ad un giornalista collaborazionista obeso e barbuto con un bambino nella pancia. No, il sesto senso non è il twist finale, che rappresenta invece l’aspetto meno rilevante di quel film – e anche dei successivi. Il successo del sesto senso è dovuto alla ricchezza di sottotracce articolate su un tessuto organico di personaggi pienamente umani, cioè dotati di un’umanità non ancora avvelenata dalle tossine del postmodernismo, capaci cioè di empatia e sacrificio per gli altri, e mai dissacratori rispetto al fluire delle emozioni (sono tutti quanti personaggi capaci di piangere): non solo personaggi torniti, ma personaggi che assomigliano un po’ alle persone che vorremmo essere, e che in fondo, un po’, siamo. Qui è scattato il sentimento amoroso, qui si è radicato l’odio che oggi imperversa. Shyamalan parlava ad ognuno di noi, e con tale sincerità d’animo, da lasciarci struggere nei meandri di sentimenti potenti come la paura infantile, l’amore filiale, l’amore coniugale. Ecco che cosa ci diceva: ci diceva tutto ciò che è necessario per sentire la vita, per sentirla propria ma anche condivisa con gli altri, senza paura, nell’intimità.  Non è solo il twist. No. La forza dei suoi primi quattro film era quella di accumulare, nel dipanarsi di una parabola affabulatoria, questioni cruciali, fondamentali, salvifiche, essenziali, facendole aderire perfettamente l’una all’altra. Potremmo addirittura fare un piccolo elenco di cose che Shyamalan ci ha detto nei suoi primi quattro film. 

Elenco di cose che Shyamalan ci ha detto nei suoi primi quattro film:

Il sesto senso:

- Che un dono è al contempo una maledizione.
- Che la paura è occasione di verità.
- Che quando aiutiamo, allo stesso tempo stiamo chiedendo aiuto.
- Che quando chiediamo aiuto, otteniamo di aiutare, allo stesso tempo.
- Che niente è esistenzialmente più lenitivo di un amore autentico.
- Che dobbiamo continuamente valorizzare questo amore quando siamo ancora da questa parte.
- Che, se vogliamo essere accettati, siamo costretti a fingere.
- Che possiamo imparare a fingere solo dopo aver scoperto qual è la sostanza di ciò che siamo costretti a nascondere.

Unbreakable:

- Che non si può aggirare il destino che ci è stato assegnato.
- Che padroneggiare un dono è un nostro preciso dovere.
- Che se il dono cova dentro di noi, finisce per avvelenarci: Il dono è un pharmakon e deve essere sacrificato attraverso l’espulsione.
- Che non possiamo eludere il dono neanche in ragione di un altissimo fine ( L’amore, ad esempio).
- Che non approdiamo ad una piena realizzazione senza passare per le zone buie della coscienza.
- Che i figli hanno una così alta considerazione dei padri, da essere disposti al parricidio.
- Che il cuore di un carnefice è sempre pieno di grida di sofferenza.
- Che capire qual è il nostro posto nel mondo è il fine ultimo ( e il mezzo ) della nostra vita.
- Che per scoprirlo, dobbiamo confrontarci con ciò che è altero: il nostro modellamento avviene per mezzo di ciò che ci è completa.

Signs:

- Che i guasti delle dinamiche affettive conducono ad un’alienazione totale: potenzialmente più dannosa di una concreta invasione aliena.
- Che l’uomo che smarrisce il cammino è destinato a ripercuotere il suo dramma sull’intera comunità: perché si viva in pace è necessario che ognuno trovi la sua vocazione.
- Che la fede è un mezzo percettivo: serve a riconoscere ciò che è fondamentalmente nascosto davanti ai nostri occhi ( La mazza da baseball )
- Che l’espressione più dignitosa dell’uomo è sempre il risultato di una fede.
- Che anche la minaccia più inattesa e incomprensibile viene ristrutturata nel momento in cui si abbatte contro la nostra ritrovata convinzione: si scioglie ( Gli alieni sono sensibili all’acqua e la terra è composta per due terzi di acqua: gli anticorpi erano molto più forti dei virus, ma erano debilitati ).
- Che le parole più banali possono assumere i caratteri di un’epifania nei momenti cruciali.

The Village:

- Che il paternalismo è una forma di potere di facile degrado.
- Che la volontà di preservare dal dolore conduce a maggior dolore.
- Che ad un certo grado di paura, corrisponde un proporzionale grado di curiosità.
- Che pensiamo entro i confini di ciò che sperimentiamo.
- Che se siamo mossi da vera carità, niente potrà impedire che essa si affermi.
- Che l’innocenza è il più colpevole dei sentimenti.
- Che la natura di un amore autentico è determinata dalla capacità di sacrificio che la pervade.

Ma non è solo una questione tematica: ciò che colpisce di questi film, è l’abilità stilistica con cui Shyamalan tesse il suo canto. Il cinema di M.Night è un congegno collaudato alla raffinatezza estetica: non c’è un aspetto tecnico delle sue pellicole che non rasenti la perfezione e non sia curato con maniacalità: inquadratura, movimenti di macchina, musica, sonoro, fotografia, gestione delle tonalità cromatiche in funzione simbolica, direzione degli attori. E ciò che più importa è che tutto quanto venga fatto al servizio del raccontare una storia: il primo pensiero non è mai quello di una esposizione didascalica di temi portanti. Ci si concentra sulla qualità del narrato, che in questo modo è capace di sprigionare polisemia. Shyamalan si rende inoltre riconoscibile riscrivendo la tradizione cinematografica di Spielberg ( per temi e vezzi narrativi - i bambini come sognatori ) e Hitchcock ( nella costruzione low cost della suspence, nel prassi della comparsata ), riesce cioè ad inserirsi autorialmente nel solco di una tradizione. E’ lì che, secondo me, cominciano i guai: quando Shyamalan diventa consapevole dei suoi mezzi e dei messaggi che affida alle sue storie. Non è proibito farlo, ma la personalità di un autore deve essere abbastanza forte da sostenere il peso dell’autocritica: non tutti gli autori ne sono capaci, per fortuna, e dovrebbero capirlo ( Fellini, ad esempio, era uno di questi ).  Con “Lady in the water” e “The happening” il meccanismo affabulatorio  si inceppa, e Shyamalan incappa nelle perigliose acque dell’autoesegesi, cominciando a giocare con i suoi temi e il suo stile. I primi si calcificano attorno al nucleo del simbolo e della responsabilità, condensando e appiattendo trama e personaggi nell’urgenza dichiarativa del messaggio ( E’ il caso di Lady in the water, in cui i caratteri vengono ridotti a pedine di un gioco di ruolo in una maniera tanto superficiale e frettolosa da privare il messaggio stesso della sua forza intrinseca ). Il secondo, lo stile, si converte in maniera, finendo per far apparire desuete e consolidate una serie di  formule autoriali che pochi anni prima erano state avvertite come rivoluzionarie: in “The happening” le figurine che fuggono dalla minaccia invisibile sono prigioniere della maniera: il fuoricampo ( strumento prediletto di Shyamalan ) come espressione di una minaccia, la tecnica del demiurgo assurta ad antagonista: sotto questo aspetto “The happening” mostra un lato molto interessante. Se il caso di “The last airbender” in apparenza può sembrare eccentrico rispetto al percorso involutivo descritto finora, dimostra invece la massima cronicizzazione di questo processo: l’attenzione maniacale ai temi che si vogliono veicolati dalla storia porta la storia stessa a morire di inedia narrativa, costretta a spiaggiarsi in episodi drammaturgicamente insignificanti e che portano con sé una sbalorditiva perdita di attenzione al senso. In questo disinteresse della maniera più efficace di avvincere lo spettatore, il film si adopera in espedienti platealmente anti-cinema: ad esempio, il fatto che l’avatar molto spesso non sia il centro dell’azione, ma il motore spirituale del risveglio delle tribù sottomesse è un fatto anti-cinema: sullo schermo difficilmente funziona.

[ Non vorrei peccare di presunzione, ma le due storie più acclamate di Shyamalan mi sembrano, tra le altre cose, espressione di una ispirazione sincera e “obbligata”, quasi il frutto di una necessità: il ragazzino del sesto senso, il supereroe di Unbreakable, tutti e due costretti a maneggiare il proprio potere consapevolmente per non cadere in tristezza e disperazione, non sono forse Shyamalan stesso che sogna il cinema in una famiglia dove tutti sono per tradizione dottori in medicina e lui stesso è ormai destinato ad una brillante carriera di medico ? E’ forse anche questo lo scarto che avvertiamo quando decidiamo che Il sesto senso e Unbreakable sono i capolavori di Shyamalan? Il fatto che stia parlando di sé? ]

C’è poi questo Devil, primo capitolo di una trilogia che Shyamalan ha scritto e prodotto, affidando la regia a giovani talenti del genere. Tutte le cose dette si possono ribadire ( Basti pensare che il breve lungometraggio include due citazioni esplicite di “The happening” e “Signs” ). Ma c’è una cosa che mi interessa di più. Uno dei motivi per cui Shyamalan finisce per risultare così antipatico è il suo divertito e fiero anacronismo: l’accusa che più gli muovono è di non avere senso dell’umorismo. Il problema non è che Shyamalan non possieda il senso dell’umorismo; il problema è che non possieda il senso dell’umorismo che gli si chiede di possedere. Il suo è un umorismo diverso, non mainstream. Ha una natura che non è mai nichilista. E’, cioè , un umorismo di controtendenza, posseduto da una speranza che mostra ancora il volto di un essere umano. Il volto umano invece del nulla, non il vacuo sotto la maschera, ma un’essenza. E’ riso, non scherno. Tutto questo, ai più, risulta inaccettabile. L’umorismo a cui siamo abituati, l’umorismo televisivo, è così dissacratorio che spinge ai limiti dell’annichilimento ogni cosa su cui possiamo fermarci a riflettere. Quel che è peggio, è che è sempre, in ogni caso, subìto: anche quando si crede di cavalcarlo. La sua natura degradante è rimossa così come è rimossa l’idea della nostra inevitabile mortalità, restituendoci il piacevole stordimento di una adolescenziale spensieratezza: posticcia; e temporanea, naturalmente. La cosa curiosa di questo film che parte da un assunto rispetto al quale è difficile richiedere, oggi, una efficace sospensione dell’incredulità  ( Il diavolo che resta bloccato in un ascensore ), è che si applica dall’inizio alla fine in un tentativo semidisperato di coinvolgere lo spettatore nelle vicende narrative sciogliendolo dal peso di una coscienza critica: cioè è un tentativo di totale fascinazione, di restituzione ad un piacere infantile della visione, incantato e senza sovrastrutture. Quindi non è né l’assunto morale né quello spirituale ad avermi colpito di questo filmetto, quanto il suo tentativo di stabilire un contatto su una materia potenzialmente risibile. Come ci riesce? Affidando il compito di estensore del racconto ad un personaggio - un ispanico superstizioso - che intenerisce con la sua ingenua credulità e depriva dell’enfasi i momenti dove il dramma sovrannaturale raggiunge i suoi apici. Nella sua opera apparentemente disingannante, l’ispanico arriva addirittura a demolire la suspense in partenza, palesando così il compito che gli è assegnato: il puro e semplice narrare una storia. Quando tutti dubitano, la sua maniera di credere è ridicola ( La presenza del diavolo è convalidata dalla realizzazione della legge di Murphy circa la fetta di pane imburrata ), quando accade qualcosa di spaventoso, diventa involontariamente comico. La tensione si è rotta? Forse, perché la sala ride anche quando il canone dell’ horror non lo richiederebbe, profanandone gli attimi sacri, ma si trova improvvisamente catapultata nella storia. L’ispanico è un personaggio simpatetico. Si, quello che accade è che tutti sono confluiti di nuovo nella pura affabulazione. Shyamalan ha gabbato la sala, e malgrado resistenze e tentennamenti, ha convertito gli scettici alla fede nella storia che ha scritto. E’ un esercizio di funambolismo. Difficilissimo. Con Devil il cinema di Shyamalan mi è parso ingaggiare una lotta per la sua stessa sopravvivenza, e per la sopravvivenza del cinema tutto.

Il problema è che, una volta che le regole dell’arte sono state smantellate, e una volta che le sgradevoli realtà diagnosticate dall’ironia sono state rivelate in pieno, a quel punto che facciamo? […] A quanto pare, vogliamo solo continuare a mettere in ridicolo la realtà. L’ironia e il cinismo postmoderni diventano fini a se stessi, una misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria degli scrittori. Pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di aggiustare quello che non va, perché rischiano di apparire sentimentali e ingenui agli smaliziati ironisti. L’ironia si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù.

David Foster Wallace

             


giovedì 25 novembre 2010

Sineddoche:proemio




Qualche tempo fa Cinzia ha deciso di occupare questo piccolo spazio virtuale. Montare un blog non è un fatto che presenta grandi difficoltà logistiche, dato che il web pullula ormai di milioni di celle vuote pronte ad essere abitate e arredate secondo i propri personalissimi gusti ( se si è abili conoscitori dell’html ci si può costruire da soli i mobili, altrimenti ci si affida ai layout predefiniti, una specie di Ikea virtuale per cui se sei amante della musica metti uno sfondo pieno di semicrome danzanti, se sei un astrofilo o hai la tendenza a fissare il cielo a bocca aperta ne metti uno tutto punteggiato di stelle, e se sei un bibliofilo accanito con ambizioni letterarie ne piazzi uno che riproduce il meraviglioso dorso dei libri in una biblioteca, che è il caso di questo blog ), ma certo, per decidersi a costruire un blog che abbia una sostanza, dei contenuti, una linea editoriale e una continuità, bisogna essere piuttosto risoluti. Difatti, quando Cinzia mi ha informato della sua decisione invitandomi a partecipare a questo progetto, non solo ho esitato, ma le ho esposto chiaramente le mie numerose riserve. Devo essergli sembrato un vecchio bisbetico in un corpo di giovane.
La questione è: che senso ha aprire un altro blog, oggi? Che cosa può aggiungere alla sconfinato catalogo  che esiste già? La sbalorditiva pletora di blog che popola il web - per quanto intelligenti e sagaci e utili - è qualcosa che stenta a trovare l’orizzonte di un significato, almeno nel corpo rosa e molle racchiuso nella mia durissima calotta cranica, e non di rado mi provoca tutta una serie di disturbi che non trovano ancora una precisa collocazione nel tradizionale canone medico, e che hanno perlopiù a che vedere con l’ansia mortale che accompagna la sensazione di perdersi qualcosa, e qualcos’altro, e qualcos’altro ancora. E’ una compulsione tipica del web, quella di voler seguire e controllare tutto, ed è facile ridursi ad occupare una giornata intera leggendo solamente giornali online, siti di critica e svariati blog: qualcosa che da le vertigini . Quello che mi sembra più evidente e indisponente, poi, è che un sistema del genere non pare incentivare la nascita di grandi talenti letterari, e per quanto si possa essere degli eccellenti blogger ( E ce ne sono così tanti da restare a bocca aperta: perché non scrivono romanzi ? Perché non provano a pubblicare? Dove sono?  ), è difficilissimo che si sia altrettanto capaci come scrittori: è una constatazione semplice a sostegno della quale si possono addurre prove inoppugnabili che ci vengono dritte dritte dalle note biografie dei talenti più grandi della narrativa contemporanea: Pynchon evita di farsi vedere in faccia, Cormac McCarthy si lascia intervistare raramente, Foster Wallace non possedeva neanche la casella e-mail. E’ come se questi scrittori avvertissero che dietro la possibilità di una comunicazione integrale ci sia una rarefazione di idee e messaggio che svuota poi la possibilità di una comunicazione autentica, profonda, creativa e purificata: quella a cui applicano la loro arte. Una convinzione, d’altronde, che scaturisce direttamente dalla pratica della scrittura, così bisognosa di un isolamento totale da arrivare ad assomigliare ad una trance medianica. Niente a che vedere con gli scambi immediati che internet garantisce. Una questione pratica: come posso io aprire il mio word e buttare giù un testo quando sullo stesso schermo ho la possibilità di dialogare e fare lo scemo con un mio giovane e-pen friend della Papua Nuova Guinea? E se nel frattempo mi arriva una mail ? E ci sarà mica qualche notifica su Facebook? Tutto questo mi richiede una considerevole dose di resistenza. La solitudine implica una grande fatica, e anche la resistenza, e anche la mancanza di solitudine. E’ un trappolone.
Ma sono qui e ho accettato. Perché? Mi è venuto in mente che un valido motivo per tenere un giornaletto online potrebbe essere, ad esempio, quello di imparare a scrivere. E dal momento che non penso di saperlo fare tanto bene, la pressione narcisistica si può rivelare un efficace incentivo.  Secoli di letteratura si sono dipanati sotto le spinte di questi irrazionali fattori motivanti: secondo fra tutti, l’amore. Primo fra tutti, l’amore non corrisposto. Ogni tanto anche l’uomo più intelligente ha bisogno di un motivo molto stupido per dare il meglio di sé. Ma forse bisognerebbe capire cosa intendo quando dico “imparare a scrivere”. Quello che intendo è scrivere in modo semplice e irreprensibile. C’è bisogno di anni di training per giungere anche solo alla consapevolezza che la buona scrittura non è la scrittura ampollosa e arzigogolata e molto spesso sibillina del vuoto criticismo accademico. La buona scrittura è un discorso, e la sua qualità è direttamente proporzionale alla possibilità che quello stesso discorso risulti piacevole all’orecchio. Potete provare, ad esempio, a recitare a voce alta il brano di un libro che amate. Sentirete il piacere crescere e amplificarsi. Non penso di parlare soltanto a nome mio quando lamento il fatto di essermi barcamenato per  quattro anni ( il mio percorso è ormai quasi concluso ) fra un’aula universitaria e l’altra cercando disperatamente qualcuno che mi desse gli strumenti necessari ad esprimere correttamente un pensiero. Non ho trovato quasi nessuno. Certo, dire che l’ambiente accademico manca di fantasia non solo finisce per essere un cliché, ma soprattutto rischia di essere un cliché dimezzato. L’altra verità che dovrebbe cronicizzarsi nella forma del cliché è che l’ambiente accademico italiano soffre disperatamente la mancanza di rigore. E vi prego di non interpretare questa mia affermazione come lo sfogo di un vecchio bacchettone. Il rigore è l’unica cosa capace di dare divertimento: si tratta di cominciare a studiare un testo non dalla sua analisi critica, ma, somma banalità, dal testo stesso. Si tratta poi di prendere quel testo e smembrarlo. Ma non per farne esperimenti teorici standard. Piuttosto per tagliarlo a fette sottilissime da infilare sotto la lingua per gustarne l’effondersi del sapore dentro tutta la cavità orale. Essere rigorosi, per me, significa fare così.
Ho deciso che farò così anche qui, con questa piccolissima e saltuaria rubrica che voglio chiamare sineddoche. Prenderò brani, episodi, descrizioni, dialoghi, esperienze, impressioni a cui si aggrappa ostinatamente un pensiero, e ne parlerò brevemente, come in una specie di diario letterario. Li sminuzzerò: la parte per il tutto. Temo addirittura che questo già di per sé breve brano di presentazione finirà per essere il più lungo che mi capiterà mai di scrivere qui. Le motivazioni che mi spingono ad agire così non sono però esclusivamente estetiche: credo che la stesura di una recensione organica sia al di là delle mie possibilità pratiche. Non lo so fare, e forse non amo troppo farlo. O forse non sono capace di condensare troppi imput in una recensione sintetica, perché tendo a prendere tutto molto sul serio. Quello che posso fare è scrivere un brano che sia focalizzato su un aspetto specifico di una cosa, senza troppi preamboli, quasi allusivamente rispetto al corpo di cui fa parte. Come un frammento di un saggio che, naturalmente, non scriverò mai.
Eccoci allora nel nostro piccolo studio virtuale, occupato e pian piano abbellito con grazia naive: abbiamo usato le pagine di vecchi libri gialli comprati al mercatino come carta da parati, e sopra le nostre dozzinali scrivanie in truciolato raccogliamo motivazioni. Una di queste dice: “ Gli apprendisti sono i benvenuti “. Sembra che stia per arrivarne un terzo, e la faccenda potrebbe farsi molto divertente.