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venerdì 24 dicembre 2010

In nome della Madre. Erri de Luca contro il Natale come ideologia.


Ma c’è un bianco dentro la luce
ancor più misterioso
più oscuro delle ombre
più chiaro delle evidenze,
lo so, lo so da molti anni,
mi tiene per sé, lo tengo per me,
non per egoismo, non per altro,
perché questo è il mio colore.
Di questo bianco parla Dante,
di questo, non degli altri:
la calce violenta dei muri,
la pagine mai scritte,
i fumi delle cose che non sono.

Vittorio Cozzoli






Ho cercato un libro natalizio. C’era Dickens, c’era Murno. Ho preferito un libro piccolo intriso di una stagione malinconica e di poesia andata.  Non è difficile intuire cosa sia questo piccolo gioiello:

E' la storia della nascita di Gesù (che non viene mai nominato, chiamato semplicemente figlio) di Miriam e di Iosef di Giuda, ovvero colui che si è fidato. La fiducia è l’unica certezza del libro è la bellezza e la pienezza ingenua della parola contro ogni ragionevole dubbio. Il punto di vista è quello di Miriam, donna già nel nome prediletta. Appellativo duplice il suo: 

"In ebraico esistono due emme, una normale che va in qualunque punto della parola e una che va solo in ultima casa. Miriàm a due emme, una d'esordio e una terminale. Hanno due forme opposte. La emme finale, mem sofit in ebraico, è chiusa da ogni lato. Quella iniziale è gonfia e ha un'apertura verso il basso. È un'emme incinta".



Lo stile è lineare, semplice, dimesso. Protagonista è la semplicità della vita, quella che attraversa ogni esistenza ordinaria e straordinaria. L’umanità diventa sacra nei suoi moti quotidiani, nelle piccole e grandi trasgressioni, nelle fughe e nelle rinascite di ogni comunità. Assistiamo ad un bambino che non piange, consapevole come la madre del suo destino segnato. Diviene per questo fondamentale  il momento fra la notte e l’alba quando madre e figlio sarebbero stati soli nell’attesa della venuta del tempo. E’ un canto per la Madre di Dio e la gloria di colui che porta il suo nome (in Israele il nome è di discendenza matrilineare).

[…] fino alla prima luce Iesu è soltanto mio. E’ solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Stanotte qui a Bet-Lehem è solamente mio. Succhiava e respirava, la mia sostanza e l’aria: “Non potrai avere niente di più bello di questo figlio mio. Il respiro di una notte di kislev scarsa di luna, te l’offre la terra di Israele, il succo di madre-pianta lo spremi tu da me.  Questo è il meglio che potremo darti, la tua terra ed io.” […]


L’adolescenza di Miriam va morendo nel momento in cui accetta di essere invasa dalla mansuetudine e dall’obbedienza al destino prescrittole. Indipendentemente dalla volontà di fede, questo libro sviscera la gravidanza senza diventare ideologico. Erri de Luca ricorda in una bella intervista a Feltrinelli editore:  

“La gravidanza è una scelta della donna, gli uomini stiano zitti uccidono solo il mistero, e non c’è nessuna ragione per vietare anche la soppressione di una gravidanza. Dimostra la libertà della vita”. 


Miriam è inedita, non è la figura muta a cui siamo abituati. Ella è davvero regina e non cede di un passo. Non riconosce il testo sacro come vincolante, ma usa il corpo per compiere il suo istinto che è l’attimo escatologico irripetibile. E’ duttile, attenta, vigile, cauta. E’ una regina di Israele così come lo sono state altre prima di lei. Avevano avuto ragione nonostante la rabbia degli uomini:  

“[…] c’erano state donne in Israele che avevano avuto ragione contro la legge. Avevano agito con il loro corpo contro i comandamenti ed erano diventate madri di Israele".

Prima che la rinascita del Sole, oggi è la rinascita di una nuova consapevolezza che prima o poi tutti gli uomini dovranno riconoscere, la fiducia nel poter dire: “E’ stata più giusta di me”.

Sino ad allora, ogni Natale che scorrerà sarà vano.

domenica 21 novembre 2010

Bowles teologico: The Sheltering Sky (Il tè nel deserto)


Paul Bowles, Il tè nel deserto, Feltrinelli, Milano, 2008


Padre della Beat Generation americana, Paul Bowles scrisse questo romanzo The Sheltering sky (tradotto forse con troppa licenza poetica ne Il tè nel deserto) nel 1949 a Tangeri dove si era appena trasferito con la moglie. Divenuto inaspettatamente best-seller mondiale il libro è di pregevole fattura, lasciando ampio spazio all’esotico respiro dell’Africa, ma impedendo così di caratterizzare alcuni personaggi chiave del romanzo abbandonandoli (credo volutamente) a semplici dipinti sullo sfondo.
Il romanzo narra della drammatica avventura di una coppia americana Port e Kit. Port ha lasciato New York, nel secondo dopoguerra, per fare un viaggio in Nord Africa con sua moglie Kit e il suo amico George Tunner. Essi si considerano viaggiatori e non turisti, infatti, non sanno dove si fermeranno, per quanto tempo, e nemmeno se avranno un luogo dove fare ritorno. Nel loro viaggio scoprono un mondo e un paese culturalmente distante anni luce, dove essi sono sempre e comunque stranieri anche se accolti con un singolare calore e trasporto dagli elegantissimi abitanti del Magreb. In questa atmosfera la coppia tenta di ritrovare se stessa attraverso tradimenti, discese nell’inferno più cupo della disperazione umana e nella incomunicabilità fra uomo e donna. Port, infatti, è convinto che l’esistenza sia priva di significati, mentre Kit ne è alla continua ricerca.
Il romanzo è pregiato, alcune zone estremamente ispirate basti pensare ai titoli che suddividono i tre capitoli in cui è strutturata l’opera.  Vi sono alcune manchevolezze strutturali: il finale troppo accelerato e frenetico rispetto alla calma esistenziale del deserto e alcuni aspetti della cultura tuareg che vengono abusati e stravolti nella loro intimità sociale per creare il tocco esotico ancora troppo americano-centrico di Bowles (per fortuna andrà perdendosi dopo la permanenza assidua nel Sahara).
Il romanzo è totalmente autosufficiente rispetto alla vita dell’autore, tuttavia, vi sono alcuni aspetti che non saremmo in grado di cogliere se non conoscessimo la travagliata vicenda di Bowles e il suo viaggio parallelo alla creazione del libro: il disvelarsi della sua omosessualità. In questo romanzo l’omosessualità è percettibile solo nel personaggio di contorno a cui viene affidata la parte del masochista ormai irrimediabilmente smidollato dalla madre apprensiva, e dal giovane tuareg che prende in consegna Kit dopo la dipartita da El Ga’a. Il giovane presenta alle sue innumerevoli mogli la donna travestita da giovane beduino, senza che esse si dispiacessero che passasse molto tempo con il suo nuovo amico. Lo stesso Port lascia in sospeso il rapporto con l’amico Tunner, anche se questo non esista ad insidiare Kit mentre egli viaggia separatamente dalla moglie e dall’amico. La stessa moglie di Bowles, anch’essa scrittrice, aveva avuto solo esperienze omosessuali. In alcuni tratti assistiamo alle trasposizioni nei personaggi principali di alcuni aspetti privati della coppia. I dialoghi estremamente rarefatti e sofisticati, infatti, non hanno alcuna patina di realismo ma sembrano invece funzionali ad un’analisi della vita di relazione in cui i protagonisti del romanzo sono solo semplici contenitori scenici. Bowles  negli anni successivi pubblicò diversi racconti, come l'autobiografia Without stopping (Senza mai fermarsi,che però Burroughs soprannominò Senza svelarsi ritenendola troppo reticente), libri di viaggio, poesie e soprattutto numerose "traduzioni" delle storie raccontategli dal suo nuovo amante, Mohammed Mrabet (1940-viv.), un ragazzo marocchino da lui scoperto e lanciato, con successo, come scrittore. Dal 1973 Bowles ha vissuto tranquillamente a Tangeri il resto della sua lunga vita.
Sullo sfondo di queste esperienze il romanzo resta tuttavia ancorato ad un solido senso autosufficiente. Le tre esistenze che reggono il cielo di Tangeri ci mostrano una cultura assolutamente magnifica nella sua semplicità esistenziale che è sinonimo di una eleganza rarefatta, e della difficoltà oggettiva di portare la vita in un luogo fra i più inospitali del mondo: il deserto. Il mal d’Africa è onnipresente, e come ama ricordarci Bowles, in tanta magnificenza  della potenza naturale il nostro sistema filosofico cade e non ha senso di esistere. Nel deserto dell’Africa in cui non si è mai al sicuro e la salute è minacciata in ogni cibo e in ogni acqua,  le esperienze estreme ci mostrano l’assoluta dignità della vita, la sua persistenza disperata, e la gioia per l’esistere senza potersi adagiare ad un sistema razionale. Il viaggio porterà i protagonisti a fare i conti con l’assoluto e la potenza della natura, mortale e vivissima tanto da far assumere nuova concretezza alla terra ormai da noi totalmente ammansita: “ qui il cielo è così strano, quasi solido”.

Il film



Il libro è meglio conosciuto come la trasposizione cinematografica di Bernardo Bertolucci, dove il film riesce a penetrare ancor meglio la potenza vitale e mortifera del deserto seguito dall’espressività dei silenzi e del disfacimento di ogni tentativo di caratterizzazione dei personaggi. Essi assumono piena realizzazione, e possiamo cogliere i tratti realistici ed estremi della scrittura di Bowles. Il film diventa così funzionale ad un capolavoro, forse troppo prolisso, ma così estremo a cui forse possiamo perdonare qualche piccola mancanza.
Capolavoro indiscusso è  la colonna sonora di Sakamoto: Sakamoto The Sheltering Sky



Voto libro: 8
Voto al film: 8,5

Il labirinto di Auster: La trilogia di New York


Paul Auster, La trilogia di New York, Einaudi, 2006 Torino

I racconti pubblicati per la prima volta fra il 1985 e il 1987 sono ormai un classico della letteratura americana contemporanea. La trilogia è composta da: Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa.
La difficoltà di questi racconti è che non si possono definire in maniera precisa e nemmeno collocare in generi o sottogeneri, essi sono un unicum da cui non si può uscire senza aver attraversato il necessario travaglio immaginativo. Sono la cura alla nostra malata concezione di vita, al mancato silenzio che toglie concentrazione per la comprensione e l’elaborazione della realtà. Auster sa fare lo scrittore maledettamente bene proprio perché ti obbliga a seguirlo, come i suoi allucinati protagonisti; lui ti da la direzione e non ti viene mai in mente di contraddirlo. Segui le ombre di Auster, i suoi demoni interiori, la sua terribile paura della solitudine, le voci ottuse e vuote degli orpelli di una New York crudele ma ferita. I curatori dell’edizione italiana parlano di “detective stories avvincenti ed eccentriche”. Limitarli nel genere noir è un rischio, ma una buona operazione di marketing. Per chiunque voglia sperimentare il noir, direi che Auster non è decisamente lo scrittore a cui affidarsi, se non per la tensione adrenalinica e allucinata che riesce a tessere con una maestria rara.
In Città di vetro l’autore di romanzi polizieschi Daniel Quinn accetta la sfida investigativa proposta dai coniugi Stillman, essi vogliono essere protetti dal padre del giovane Stillman appena uscito dal carcere. La stravaganza è che padre e figlio portano lo stesso nome: Peter Stillman. Peter senior teologo finissimo, tenterà di riscoprire il linguaggio dell’innocenza prima che il Male si insinuasse nell’uomo e lo inducesse alla caduta dall’Eden. Il finale a sorpresa lascia il lettore spiazzato e disorientato senza alcuna certezza ma si avrà la sensazione  di aver sognato la storia o di non averla compresa fino in fondo,  elemento straniante che rientra nella poetica programmatica di questo autore.
In Fantasmi l’investigatore Blue viene assunto da White per sorvegliare un uomo Black. A seguito di controlli e pedinamenti deve offrire a White un rapporto dettagliato ogni settimana, dopo il quale giungerà un ingente assegno tale da mantenere Blue fisso sul caso. Blue accetta con malcelata gioia il compito ed inizia gli appostamenti sorvegliando Black dalla finestra di un appartamento adiacente. Ciò che sorprende Blue è che il suo uomo ha una vita terribilmente tranquilla, esso passa le sue giornate a scrivere e acquistare le provviste necessarie al super market sotto casa. Blue vivrà autentici momenti di frustrazione mentre Black continuerà a scrivere assiduamente su un taccuino rosso (elemento che ritorna sempre in tutti i romanzi della trilogia). Blue perderà totalmente la pazienza e cercherà di forzare l’appartamento scoprendo una realtà agghiacciante: chi pedina chi?
La stanza chiusa è forse il racconto chiave di tutta la produzione di Auster. Un giovane si immedesima al punto nella vita di un amico tanto da sposarne la vedova e adottarne il figlio. La psiche di Henry Dark sarà così provata da questa assenza di personale dignità da indurlo in un gesto disperato: convincersi che l’amico non è morto davvero e iniziare una ricerca spasmodica tradotta poi in una biografia postuma.  Il lettore non saprà mai se l’architettura del racconto è atta a mostrare l'autogiustificazione di Dark nell’aver rubato l’identità e la vita dell’amico o una reale ricerca dettata da un lutto mai elaborato. Nel racconto ritornano i nomi e i protagonisti dei precedenti Città di Vetro e Fantasmi.
Il filo conduttore dei racconti lo possiamo riassumere in una dichiarazione tratta da un altro importante romanzo di Auster, Leviatano (sempre edito da Einaudi):  Per me la più piccola parola è circondata da acri ed acri di silenzio, e perfino quando riesco a fissare quella parola sulla pagina mi sembra della stessa natura di un miraggio, un granello di dubbio che scintilla nella sabbia. Il silenzio è ciò che pervade ogni esperienza di Auster, ogni tentativo di esplicare il mondo. In ogni romanzo, compreso Il taccuino rosso, Moon Place, L’invenzione della solitudine, Auster ama nascondere nei libri citati una chiave di lettura indispensabile per comprendere il messaggio sotterraneo alla trama che altrimenti sembrerebbe una allucinazione gratuita senza alcuna nota di rilevanza organica ma puro virtuosismo stilistico (I libri vanno letti con la stessa cura e con la stessa riservatezza con cui sono stati scritti, Città di vetro)
La chiave di lettura è il Milione di Marco Polo (citato nel primo racconto da Quinn), celeberrimo scritto che narra il pellegrinaggio di Polo verso l’Asia passando per paesi e suggestioni cariche di paura, disorientamento, mistero e solitudine. In Invisibile il fulcro era Dante e il suo Inferno, mentre qui Auster ci affresca un contemporaneo Milione della psiche devastata dall’impoverimento culturale, dalla noia esistenziale, dalla depressione ma soprattutto dalla paranoia massima che è la fobia delle aggressioni e dell’essere al centro di cospirazioni atte a danneggiarci. Il carosello di Polo, di contrasto, ci mostra un uomo che è in grado di farsi incantare, di emozionarsi, di suggestionarsi al punto di ritenere la vita un incanto supremo, un meraviglioso gioco di Dio.  Auster usa spesso la grandiosità dei miti letterari come specchio per le nostre miserie interiori. Quando ci sediamo nella nostra interiorità, non abbiamo lo sfarzo del Milione o la ricchezza dei suoi viaggi, ben sì la stanza spoglia di Black dotati di pochi strumenti essenziali: un tavolo, un taccuino, pochi libri e una solitudine esasperante.  Auster ama ricordarci in Fantasmi: l'utopia non si trova in nessun luogo... E se l'uomo ha una possibilità di materializzare quel luogo sognato, è solo edificandolo con le proprie mani. E noi abbiamo perso ogni manualità.

Voto: 9

lunedì 18 ottobre 2010

Quando Carver non aveva più tempo: Se hai bisogno chiama


Raymond Carver, Se hai bisogno chiama, Einaudi, 2006

Qui abbiamo un Carver inedito, quasi segreto. E’ una raccolta di scritti che Raymond non volle o non ebbe il tempo di pubblicare. Il risultato è un libro raffinatissimo e dalla rara forza espressiva. Si ha l’impressione di leggere due Carver lontani ma coesistenti. Riccardo Duranti, curatore dell’edizione e della traduzione per Einaudi, propone una lettura sensata anteponendo i racconti postumi a quelli giovanili, permettendoci così di cogliere in maniera oggettiva l’impronta decisiva che solo i grandi narratori possiedono: la capacità costante di migliorarsi. Siamo spettatori ideali della raffinazione di uno stile che definire “minimalista” è dispregiativo e volutamente riduttivo. 
I racconti postumi sono stati raccolti dalla moglie e da Jay Woodruff (caporedattore di Esquire). Lo stile del Carver postumo è perfetto, non ha subito alcuna alterazione o correzione editoriale (come spesso avveniva nelle sue precedenti fatiche). Ha una dignità sottile che resta celata sino alla fine del libro persa nell’immensa, e silenziosa, massa di emozioni. La moglie ci propone l’ordine che lei stessa ha faticato a ricostruire scegliendo gli appunti del marito con attenzione crescente, come se intendesse regalarci un imago assoluto.
Carver appare cullato dall’intima consapevolezza che gli appunti non fossero destinati alla pubblicazione immediata, permettendosi così di abbondarsi in nuove tipologie di sperimentazione. Ci addentriamo in una dimensione ulteriore mai così palese nei grandi capolavori di Raymond (Cattedrale e America oggi) dove la bidimensionalità è una necessità espressiva che porterà ad affidare il senso di profondità alle capacità del lettore. La sfera dell’omissione, di fatto, viene infranta nei racconti giovanili trovando un percorso alternativo nei sogni, nell’ironia e nella parodia.  La vita quotidiana, motivo centrale del Carver maturo, viene elusa dalla fresca ambizione di sondare l’introspezione, l’onirico e il senso comune dell’America attraverso infruttuosi giochi di trama. Questo stile verrà abbandonato (fortunatamente!) a discapito di una poetica matura del quotidiano fatta di una poesia accennata, mai esaltata. La solitudine  dei protagonisti crea una cappa di silenzio assoluto permettendo così ai rapporti interpersonali di incarnarsi in azioni dal sapore straordinario: superare la morte di un figlio, abbandonare l’alcool, cercare di ricostruire il rapporto con il proprio partner dopo reciproci tradimenti. E’ l’epica famigliare che riscontriamo anche nei racconti postumi sempre più lontani dall’ipertrofia giovanile.
Accanto ai consueti leitmotiv conduttori della narrazione fa capo  un unicum: Legna da ardere.
Racconto di apertura di questo volume, Legna da ardere, sembra essere il testamento spirituale (non voluto) di un Carver che risorge dalle ceneri dell’alcolismo.  Un uomo si separa dalla moglie a causa dell’alcool, ma con dignità prova a rifarsi una vita per dimostrare alla stessa (prima che a sé) di poter fare qualcosa di buono. Affitta una stanza presso una coppia e si fa dare un foglio e una penna per poter scrivere alla amata. Per aiutare i coniugi decide di spaccare la legna per l’inverno e così facendo inizia una prova esistenziale silenziosa, come la luna che lo sovrasta mentre si ferisce le mani. Il taccuino dell’uomo si apre con una frase paradigmatica: il vuoto è l’inizio di tutte le cose, mi metterei in ginocchio se solo servisse a qualcosa. Carver ha pietà di sé, si inginocchia alla vita, mentre aspetta tacito la luna che gli permetta di scrivere senza l’ausilio di una luce artificiale. Assistiamo ad una rinascita ma allo stesso tempo ad un viaggio interiore intuito nel piacere ritrovato nella Natura e nella fatica che trova ragione fuori da sé.
Il vuoto in Carver non è mai senza pietà, ma gravido di aspettative e di riscatto. E lui, che è un uomo rinato dalle ceneri, lo sa bene. Più di ogni altra cosa, vuole ricordarci che non esiste una notte eterna, basta spaccare la legna per ardere i nostri sbagli e i nostri rimorsi.
Immenso.

Edizioni di riferimento:

Raymond Carver, Se hai bisogno chiama, Einaudi, Milano, 2006


Voto: 10 e lode

venerdì 8 ottobre 2010

Gli angeli di Bukowski amano la birra da sei.


Charles Bukowski, Donne, Tea, Milano, 2010


Recensione: Charles Bukowski, Donne


Sembra quasi di conoscerlo dopo aver letto questo poderoso romanzo. Trasuda alcool, sesso, droga e cavalli. I suoi pezzenti sono divertenti  ma soprattutto umani nella loro (nostra) disperazione comune. Non esiste un perché leggerlo, solitamente si legge Bukowski per ubriacarsi di lettura. E’ una vodka (certo i russi ci sanno fare meglio) la bevi senza chiederti perché, ti va giù e ti gratta l’esofago.

Andiamo per ordine. Proprio come voleva Charles.

La sua adolescenza verrà raccontata nel libro Ham on rye, 1982 ("Panino al prosciutto" SugarCo, poi Guanda, 2000). Vediamo i tratti di un giovane indolente, schiacciato da un padre iracondo, ma segretamente devoto al figlio, e una madre vigliacca che temeva ogni contatto con la brutale massa di Los Angeles. Di fatto i Bukowski, erano di origine tedesca.
Ogni fuga, ogni amicizia e amore venivano stroncati sul nascere. Queste forzate castrazioni rendono Charles così furente con la famiglia tanto da portarlo ad assumere un atteggiamento di ostinata ribellione, un temperamento schivo e disilluso. I suoi professori lo ricordano come un ghigno forzatamente ironico e cinico.
A tredici anni inizia a bere insieme ad altri teppisti mentre l’acne lo deturpava in modo doloroso ed irreversibile. 
Dopo essersi diplomato prova diversi lavori, tutti umili e sottopagati, con la conseguente fuga e ammutinamento di richiamo alle armi. Arrestato per draft-dodgin, renitenza alla leva, a Philadelphia lo vediamo spendere i suoi risparmi nei bordelli, nei club, e picchiarsi in vicoli disperati quanto il suo errabondo vagare tra New Orleans, San Francisco, St. Louis. Esperienze romanzate in Factotum, 1975 ("Factotum" Tasco, poi Guanda,'96)
Nel 1944 viene assunto alle poste ed intreccia una decennale relazione con Jane Baker, alcolizzata. Charles viene ricoverato in condizioni disperate per una emoralgia allo stomaco e al retto, salvandosi solo grazie all’intervento del padre. Jane morirà dieci anni dopo stroncata dall’alcool. Charles scivola in una depressione con numerosi tentativi di suicido arrestandosi solo grazie al licenziamento dall’ufficio postale e la nuova notorietà acquisita.  Charles prova a smettere di svuotare i bicchieri dedicandosi all’ippica e alle scommesse, ma si ubriaca regolarmente. Inizia a collaborare con riviste underground e le sue poesie hanno un eco rilevante sino alla pubblicazione di Nofes of a Dirty Old Man (Taccuino di un vecchio sporcaccione, Guanda, 1979, in prima edizione, poi edito da Feltrinelli) grazie al quale ha un eco internazionale. Si separa dalla moglie.

Il libro Women, 1978 ("Donne" Tasco, poi Guanda,'95) si apre con una dichiarazione di amore imperituro per la defunta Jane, e poca considerazione per l’ex moglie. Incontriamo Charles terrorizzato più che mai, beve ed è disperatamente ossessionato dall’idea di scrivere qualcosa per campare. Tutto pur di non tornare in un ufficio.
E’ una corsa perdifiato fra una donna e l’altra, in una scrittura ridondante e ossessiva, talvolta inutile e vuota. Spesso assistiamo ad un Hank talmente stanco e desolato da rotolare al fianco di una amante insoddisfatta. Lydia, Dee Dee, Katherine, Valerie, Tammie, Debra e Sara sono solo alcune delle donne che provano a far di Hank un uomo felice, o infelice a seconda del temperamento. Le sue donne sono estreme, quasi scegliessero di stare agli antipodi di Bukowski e la sua (non) predisposizione d’animo. Sono incontri disperati, rapidi, senza desiderio o con infinita e strisciante passione. Vediamo Hank in situazioni grottesche  e paradossali mentre si perde in boschi o cerca di scaraventare una sedia a casa della sua ex. Lo sentiamo disperato mentre chiede perché fosse meglio l’amico piuttosto che la sua paura delirante del mondo. Iniziano i reading di poesie vissuti come un lacerante tormento e occasioni di riscatto. Li teme così come teme i commessi di abiti o di liquori. Li vive perché è costretto. Sembra che Bukowski subisca la vita, come un bravo codardo, ma in realtà è solo docile ai suoi infiniti stimoli. Li coglie con una acuta e dolorosa intelligenza facendoci percepire quanto la realtà stessa non abbia senso.

Le sue donne sembrano abbandonate a sé stesse, folli come miracoli, mentre se osservate attentamente sono un'ascesa costante. (“Tu che fai lo scrittore, non ci sai fare con le donne”) Ogni donna è ardua, indomabile e indomita. Charles non osa farle proprie, sente che legarle a sé significherebbe violare la loro natura più ribelle e viva. L’uomo che odia gli altri uomini, in realtà ha un infinito rispetto dell’esistenza e della sua intrinseca libertà di errore. Sembra un Cristo desolato e desolante.
Le dipinge nell’atto sessuale, volutamente caricaturale ed ironico. Ogni donna è diversa (ogni donna ha una fica diversa) e le percepiamo, quasi fossero angeli crudeli e semplici, mentre sono appollaiate a bere birra.
Solo una volta Charles si dipinge veramente nudo: quando lo vediamo baciare la guancia di una sua amica. Non ci resta che leggere la sua tenerezza stordendoci e pensando anche noi “Oh Hank…”. (“ […] È un gran pasticcio. Così dico alla gente di chiamarmi Hank. Il, bravo, vecchio Hank”1)



Riferimenti :

http://www.bukowski.altervista.org/1



Voto: 9,5