lunedì 18 aprile 2011

Dave Eggers, L’opera di un genio che non ha chiesto di esserlo.






Recensire questo libro, dopo una lunga pausa, è come tornare a fumare dopo anni di astinenza.

La brevità è l’unica cosa che manca a questo libro per essere davvero "funzionale", come l’autore cercava di dimostrare nel grandioso paratesto in cui si sorride, si scherza, si insinuano nuove teorie metalinguistiche e metanarrative (“non si può certo dire che nell’autobiografia i personaggi non abbiano fatto sesso con l’autore, fra loro, con loro stessi e con una balena”) . Libro troppo, troppo di tutto.
La trama è struggente e tenera ma solo in superficie. Eggers dopo la morte dei genitori, entrambi vinti da tumori, si occupa del fratellino Toph trascinandolo con sé in una vita durissima ma stimolante. Incapace di assumersi delle responsabilità durature Eggers è un genio straripante di innovazione, apre una rivista, si occupa di arte nel senso lato del termine, anticonvenzionale e tradizionalista allo stesso tempo cerca di inculcare al fratello un minimo di lezioni di vita, mentre egli cerca di sconfiggere lo spettro di una sorella suicida, l’alcolismo del padre, del fratello invasato di letture religiose, della madre tenera e comprensiva che nemmeno in punto di morte intende pesare sui figli.  Candidato al premio Pulitzer fa riscoprire un universo sotterraneo fatto di mordace ironia e una nuova cosmologia di sentimenti e paranoie tipiche della nuova generazione di Nerd ipercolti, stanchi e sfiduciati vinti dal demone artistico come gli orfici oppressi nella Grecia conquistata dai romani. Di religioso Eggers ha  solo il culto di sé stesso, culto portato allo stremo dal totale rifiuto di accettare l’imperfezione e la sua incapacità di crescere Toph in un ambiente sano (“ho provato a pulire casa, ma poi mi sono arreso, i mobili dei nostri genitori sono andati morendo, come tutto del resto”) l’infedeltà cronica al limite della parodia, e l’antisocialità mista al nervosismo curioso degli infanti che si muovono verso cose che gli attirano e li respingono in maniera schizofrenica.  E’ l’opera del bruciante dolore sotterraneo che fa giungere allo spasmo la vita e le sue creature.
Avvincente, ma lungo. Colto, ma sciatto. Colmo di virtuosismi, ma ripetitivo come la quotidianità che vuole rappresentare.
Se lo vorrete leggere, non avrete scampo come disse il buon Wallace all’epoca, ma sappiate che qualche pagina la salterete di rigore, e Eggers lo sapeva. Infatti l’ha scritto nel paratesto.
Anche stavolta ci ha preceduti.

Ma non è stato lui a volerlo. Parole sue. 

Edizione di riferimento: Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio, Mondadori, euro 9,50.

Voto: 8

domenica 6 marzo 2011

La sottile linea scura di Lansdale e il Texas delle tre K.







Raramente mi sono affezionata ad uno dei protagonisti di un libro. Ero quasi dispiaciuta di doverlo chiudere. Apro la recensione  con una posizione forte: non è un romanzo di formazione, come qualcuno decanta per far vendere qualche copia in più ad insegnanti “leggermente” buonisti- a meno che per formazione non si intenda omicidio. Infatti tutto ruota attorno alla linea di demarcazione fra la vita e la morte. Altro paragone immediato è la dicotomia fra  “vita misera” e  “vita vissuta fuori dalle convenzioni”, non tanto fra bene e male il cui paragone non è solo forzato, ma sembra non centri molto con il ragazzino in questione che impara molto presto quanto il concetto di “male” sia relativo.
Ci troviamo in una estate afosa del Texas anni ’60 e Stanley il giovanissimo protagonista lavora al Drive-in del padre insieme alla sorella. Siamo in un Texas vomitevole, fatto di discriminazione non solo razziale ma anche sociale e religiosa – oltre che sessuale. Se sia cambiato tutto questo? Guardando alcuni texani influenti degli ultimi dieci anni, vai tu a capire quanto. Per riassumere in breve la trama basti dire che Stanley ficca il naso in un segreto che doveva restare sepolto aiutato dalla magistrale figura di Buster, l’amico nero vecchio e colto che non esita a mettersi in gioco per salvare il ragazzino su cui nutre infinite speranze. Sullo sfondo delle indagini di questi due raffazzonati detective, abbiamo la sorella di Stanley e la madre fortemente anti-razziste e preoccupate dall’esplosione della sessualità che le viene a travolgere. La cameriera di colore che fugge dal marito pazzo di gelosia- ma forse pazzo e basta- il padre di Stanley uomo forte e generoso che incarna l’anima positiva di una fetta dell’America che è andata perdendosi con il turbo capitalismo. Richard, l’amico di Stanley, in fuga da un padre predicatore evangelico tutto botte e desolazione spirituale e la madre di Richard, masochista e meschina innamorata del proprio uomo e dell’odio che cova per esso.
Lansdale non vuole insegnare niente ma tende a mostrare una realtà dura, semplice e per questo assolutamente sbagliata e limitante.  Non ha il tono pedante del maestro, ma lascia che siano i  personaggi come Buster o Rosie a parlare senza che si faccia una morale anti-razziale. Callie riuscirà a spiegare a Stanley la sessualità senza pretese di salvarlo da nulla, nemmeno da se stesso, raccontando le cose come stanno dagli albori del tempo e non ne ha la minima paura di ciò. Buster ha la delicatezza di spiegare il lesbismo con una parola molto semplice e significativa rispetto a tanto altre in voga oggi: diverse. Il padre di Stanley cerca di omologarsi pur sapendo che certe espressioni come negro e frocio non vogliono dire nulla e sottintendono tutto, dimostrando però che la nostra voglia di essere accettati non spegne la nostra coscienza. E’ un romanzo di narrazione-dimostrazione assolutamente veritiero e verosimile, forte della realtà sociale da cui proviene l’autore. Lansdale è figlio di un meccanico analfabeta e si guadagnava da vivere con gli incontri di wrestling prima di dedicarsi alla scrittura. Immagino che il padre di Stanley sia una metafora del vecchio di Lansdale, buono e pronto a qualsiasi sacrificio pur di dare al figlio l’opportunità di avere una vita più agiata e un’istruzione più appagante. La differenza fra istruzione e cultura si incarna nel saggio Buster figura chiave e assolutamente adorabile in tutto il romanzo.
Mozione speciale per il padre di Richard. Personaggio talmente controverso che non si esaurisce per tutto il romanzo, nemmeno dopo la sua dipartita. La fatica di trovare un senso in questa vita, non ha degli assoluti, checché si voglia dire, il senso è sempre altrove magari nel prossimo nostro o nella vita che siamo chiamati a conservare.
Complimenti al traduttore che ha fatto di tutto per rendere lo slang di quartiere nero diverso dalla parlata texana. Impresa non semplice in traduzione. 

Unica pecca: la chiusura non è equilibrata e si esaurisce con troppa velocità.

Edizione di riferimento: Joe R.Lansdale, La sottile linea scura traduzione di Luca Conti,Torino, Einuadi, 2004

Voto: 7,5

mercoledì 23 febbraio 2011

Diamo i numeri! L'italia e la lettura in cifre secondo l'ISTAT

L’Istat ha resto noto nell’aprile 2010 una serie di dati che andremo qui ad affrontare. Il testo integrale è presente in questa pagina e scaricabile in pdf: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100512_00/

Premetto che eravamo già messi male, ma qui si rasenta una catastrofe culturale di allarmanti proporzioni. A salvarci sembrano i giovani che hanno una cultura superficiale e qualunquista e leggono solo libri di tecnicismi forzati o di intrattenimento con scarso valore culturale. L’Italia legge poco e male, ma quello che emerge è ben altro rispetto a ciò che sapevamo già. Niente di nuovo sotto il fronte occidentale? Ebbene no.

Partiamo subito dai dati “positivi”. La popolazione italiana sopra i 6 anni di età (nel 2009) ha dichiarato di aver letto almeno un libro. La quota più alta di lettori si riscontra tra la popolazione di 11-17 anni (oltre il 58%), con un picco tra gli 11 e i 14 anni (64,7%), e decresce all’aumentare dell’età. Già a partire dai 35 anni la quota di lettori scende sotto il 50%, per diminuire drasticamente dai 65 anni in poi e raggiungere il valore più basso tra la popolazione di 75 anni e più (22,8%). I giovani al sopra dei 35 anni non leggono nemmeno un libro all’anno nel tempo libero, e nessuno nemmeno in ambito lavorativo. Le donne leggono sempre più dei loro coetanei maschi in particolare nell’età compresa tra i 24 e 26 anni.

Il profondo rosso è dettato da una società ancora fortemente legata alla enorme massa di persone che non possiedono un titolo di studio superiore, infatti coloro i quali detengono esclusivamente un titolo di licenza media sono quasi il 28% degli italiani, anche molto giovani. La divisione in classe culturale e sociale detta quindi uno “svarione” da record, chi legge sono solo i laureati con l’80% degli acquisti.  I laureati tendono però a leggere testi specialistici, fortemente legati alla professione intrapresa, e così anche i liberi professionisti e gli imprenditori. La lettura come cultura è assai cosa rara.

Fonte Istat per ingrandire cliccare sulla foto


A livello territoriale il Sud detiene un record negativo europeo per quasi dieci anni consecutivi. La lettura si concentra per il 52% al Nord, al Centro 48% sino a scendere sotto il 30% al Sud e nelle isole. Significativo è il livello di lettura regionale: il Friuli Venezia Giulia e in particolare la città di Udine fanno registrare picchi di oltre il 56%. Bene anche il Trentino che fa registrare un picco analogo oltre il 56%. Maglia nera alla Sicilia e Campania che per estensione territoriale leggono solo il 31%, circa 1 lettore ogni 100.

Vediamo ora una divisione interna tra i lettori che si dividono in due categorie “forti” e “deboli”. Se definiamo “lettori deboli” coloro che hanno letto al massimo 3 libri nei 12 mesi precedenti l’intervista e “lettori forti” coloro che hanno letto 12 o più libri nello stesso arco temporale. I lettori di libri si confermano fondamentalmente deboli: il 44,9% ha infatti dichiarato di aver letto fino a 3 libri nell’ultimo anno, mentre solo il 15,2% ne ha letti 12 o più.


Le biblioteche personali e domestiche, sembra quasi inutile dirlo, subiscono una flessione laddove il reddito procapite è legato a mera sussistenza- circa il 30% degli italiani utilizza l’intero stipendio per sopravvivere senza potersi dedicare alla propria cultura. Nel 2009 l’89,2% delle famiglie dichiara di possedere libri in casa: il 62,5% ne possiede al massimo 100 (il 28,9% fino a 25 libri, il 33,6% da 26 a 100 libri), poco più di un quarto dichiara di possederne più di 100 (26,7%), mentre il 10,3% (pari a 2 milioni e 474 mila famiglie) dichiara di non possederne affatto.  Le regioni con il più alto numero di biblioteche domestiche sono in prima istanza il Friuli Venezia Giulia, il Trentino, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Veneto. A sorpresa rientra la Sardegna con una percentuale del 32,9% dato in forte contrasto con la percentuale di lettori nell’Isola.

L’importanza di una biblioteca domestica è fondamentale per coloro che intendono offrire ai propri figli uno stimolo alla lettura. Dati pedagogici confermano che i bambini diventano lettori forti se in casa si possiede almeno uno scaffale di libri dedicati alle letture giovanili (per esempio i classici di avventura). Se letti in pre-adolescenza i giovani acquisiscono una curiosità che va crescendo con l’età e non subisce rallentamenti di sorta. Insomma un lettore forte in adolescenza, lo è per tutta la vita.


Leggendo i dati raccolti e le tabelle indicative ci mostrano uno scenario sempre più elitario e anti-democratico. Il reddito influenza non solo il titolo di studio, ma anche la cultura del soggetto e la sua predisposizione ad essa.  Le biblioteche pubbliche registrano un forte aumento di frequenza ma soprattutto grazie agli studenti che sempre più spesso scelgono le aule bibliotecarie per preparare esami, causa la condivisione di appartamenti con altri coetanei.  Le biblioteche tornano così ad essere un luogo di aggregazione come per la generazione pre-sessantottina e rifugio per precari che cercano di poter raffazzonare una formazione da autodidatti per far fronte a stipendi sempre più risicati. La cultura da obbligo di formazione, diventa una necessità vitale che va ottenuta con ogni mezzo possibile, nonostante non garantisca un futuro lavorativo immediato. Sempre più spesso aziende cercando dipendenti o collaborati con una cultura ferrea e solida anche in campo culturale e umanistico per far fronte alle esigenze di comunicazione di massa che la globalizzazione impone. Le aziende sempre più si curano del benessere dei propri dipendenti, vacanze e sconti agevolati per palestre, biglietti scontati per concerti e teatro, cultura con corsi di formazione. Il modello svedese di benessere sociale sembra aver raggiunto anche il nostro paese, con il classico ritardo di sorta, ma registra un notevole gradimento da parte di tutte le istituzioni.
Le insidie alla cultura, tuttavia, sono tantissime. Altri strumenti ammazza libro sono i social network che diventano opprimenti nel nostro paese. Record vuole di iscritti italiani su Facebook e Twitter, mentre calano drasticamente le letture di intrattenimento sino a due anni fa costanti. La lettura quindi non è più lo svago preferito dopo cinema e discoteche ma un nuovo tipo di comunicazione destinato a stravolgere la nostra quotidianità e il rapporti interpersonali. Facebook e i blog diventano mezzi di critica letteraria militante e itinerante che alternano servizi di qualità contro raffazzonati “professionisti” della domenica.  La democrazia è anche questo, grazie al cielo. L’emergenza è alta, e non affidiamoci a Dio o chi per esso per risolverla.



sabato 5 febbraio 2011

Le ombre dell’esistenza in Alice Munro e le sue “Runaway: Stories”






Tradotto in Italiano “In fuga” perde un poco della sua poesia. Runaway è correre lontano, non proprio fuggire. Di fatto le donne della Munro non sanno di fuggire, sono orgogliose, inaccessibili e non ammettono che si usi un termine tanto dispregiativo nei loro confronti. Non vogliono abdicare alla vita, ma in un certo senso si muovono nell’inerzia del destino, inconsciamente sia chiaro.
Questo libro è dedicato agli amici dell’autrice. Spesso ci si dimentica  quanto le dediche possano essere rivelatrici del significato intrinseco della storia. Tutti i personaggi presenti sono trattati con una pienezza tale da ricordare l’affetto incondizionato che si prova per gli amici. Quanto vi sia di autobiografico non ci è dato saperlo, ma non è questo il punto.

In questi otto racconti vediamo lo spaccato pieno e perfetto della quotidianità umile e dimessa della piccola borghesia canadese (che non differisce assolutamente da nessun altra, fatta eccezione per il senso di inadeguatezza culturale nei confronti degli Usa.) C’è bellezza, purezza in contrasto con la profonda tensione malinconica dei suoi personaggi. Ogni donna del suo libro assomiglia al paesaggio: austero, severo, impalpabile ma profondamente scosso da un moto di inerzia della vita. Si muovono i suoi personaggi e non solo in un piano astratto. Viaggiano, ci provano a dimenticare, a ricominciare. C’è chi torna indietro non riuscendo ad ammettere che la libertà non ha nulla a che vedere con la gioia, donne che hanno cercato di forzare i limiti sociali pagando con l’affetto dei propri figli, debiti d’amore, fughe carissime che costano l’anima di chi le intraprende. Nessuno sa dove andare ma tutti sanno che così non può andare avanti. Un senso di rassegnazione pervade la bellezza di arrendersi all’imprevisto. Donne distrutte dal dolore e dalla perdita, donne vigliacche e sottomesse a cui piace farsi sottomettere per poi lamentarsi, agili madri dalla profonda convinzione che educare un figlio significhi renderlo simili a loro eludendo l’unicità miracolosa di ognuno di noi. Donne egoiste, senza pietà, senza amore per se stesse e per gli altri. Donne dai poteri stupefacenti, donne e uomini troppo buoni ed ingenui fino all’idiozia.  Non c’è carne, non c’è sesso, non c’è bisogno di colorire la storia con dettagli inutili, meglio accennarli, meglio sott’intenderli nei titoli (esempio, passione). Tutto è calibrato in una economia di parole ed espressione che risulta essere perfetta, non c’è una parola in più del dovuto. 

“La conversazione dei baci. Sommessa, eccitante, sfrontata, rivoluzionaria”. (pp.180)

E’ così che parla Munro. Sottile. Precisa e proprio per questo evocativa, eccitante. Profondamente rivoluzionaria. Lontanissima dal nostro stile scrittorio, colorato, vivace, carico di sinonimi dalla bellezza impareggiabile, ella dimentica e torna ad arredare la stanza con una sedia, un tavolo, e un quaderno carico di intuizioni ed evocazioni. L’essenzialità diviene parte integrante dell’architettura perfetta, angosciante e straziante senza cercare la tragedia. Piccoli drammi per grandi personaggi.

Elogio per la novella: Rimetti a noi i nostri debiti. Qui la Munro supera se stessa. L’infanzia entra gioco e ha tutti i tratti dell’innocenza in bilico. Gioca con la paura segreta di ognuno di noi: l’incubo di non riconoscere  i nostri genitori come tali e il terrore che ne scaturisce. Ma la novella grida -e sembra al contempo consolare con una consapevolezza rigida-  che la realtà è molto, molto più crudele rispetto ai nostri incubi infantili. La vita non è come piace a noi. Come tutto il resto.

Edizione di riferimento: Alice Munro, In fuga, Einaudi, 2005, euro 18

Voto: 10 e lode

venerdì 21 gennaio 2011

Quando il bene supremo è maligno: Tom Rob Smith, Bambino 44





Non è il solito thriller di marchio scandinavo. Questo appassionato autore inglese ha del talento liquido invidiabile. Lo stile pulito ed efficiente denota l’impronta anglosassone a cui ormai non siamo più abituati vezzeggiati e pungolati da alcuni autori scandinavi di (in)dubbia qualità. E’ un libro storicamente ineccepibile, dalle ricostruzioni mai caricaturali o forzatamente politiche. Risulta stucchevole, tuttavia,  nella semplicità e nella caratterizzazione del personaggio ombroso, forse per lasciare spazio al silenzio storico che politicamente cerchiamo ancora di nasconderci quando tocchiamo per mano il Comunismo. E’ un vaso di pandora degli orrori e il killer in questione non è altro che uno dei tanti perversi, e forse nemmeno il più pericoloso, che attanagliano la grande Russia sotto il regime comunista staliniano.

La trama è semplice, quasi un banale pretesto per dispiegare in scena i reali persecutori di un mondo sociale in agonia. Il regime lavora a tutta forza mentre propina assurde utopie in cui l’omicida, lo stupratore seriale, l’omosessuale, il pedofilo, il dissidente politico, l’uomo di lettere non sono altro che reietti della società comunista, ovvero pessimi cittadini che non seguendo le direttive morali del partito non proseguono il bene comune e pertanto devono essere allontanati, puniti e corretti con la forza. Il gulag sembra essere una festa al campus universitario dopo le torture inflitte da una casta di poliziotti senza scrupoli appartenenti all’MGB, precursore del nefando KGB. La sicurezza di Stato non è altro che un manipolo di torturatori sadici che pur di garantirsi scorte di cibo pregiato nei magazzini dello Stato sarebbero disposti ad incastrare innocenti senza il minimo sentore di coscienza. Il complotto, il grande sospetto non è altro che l’anticipo di tutti i sistemi di governo post bellici sino alle contemporanee democrazie. Anche oggi necessitiamo sempre nuovi nemici morali da osteggiare e allontanare per giustificare i confini nazionali e religiosi, salvaguardando così privilegi secolari di istituzioni ormai palesemente degradanti ed umilianti per la libertà civile delle comunità mondiali.
Sembra essere un gioco di prestigio sino a quando il cadavere di un ragazzino viene ritrovato sui binari di un treno e l'ufficiale dell'MGB Leo Demidov si sorprende che i genitori del piccolo morto siano convinti si tratti di omicidio. I superiori di Leo gli ordinano di non indagare né su questa morte né sulle altre che seguiranno. Leo obbedisce, anche se sospetta che qualcuno di molto importante possa esserne implicato. Smetterà di obbedire nel momento in cui alla giovane moglie Raisa arriveranno minacce affinchè diventi lei stessa garante e spia dell'operato di Leo. Da agente inquisitore allineato con i diktat governativi, Leo diventerà un nemico pubblico da snidare, inquisire e sicuramente eliminare. Costretti a fingere di non amarsi per non nuocersi a vicenda, Leo e Raisa, dovranno proteggersi dal nemico ufficiale e potentissimo, e dai tanti nell'ombra di cui ignorano l'identità. Le voci sulle morti girano, e il senso comune inizia a comprendere come lo Stato non sia altro che una macchina psicotica messa in atto per soffocare ogni guizzo di vita al di fuori dell’utopia staliniana. 
Una società assassina che decreta l’assassino un malato mentale, la brutale contraddizione del benessere industriale mentre la popolazione vive di stenti a cui è tolto anche il diritto fondamentale di possedere una casa propria e non in condivisione con altre famiglie sconosciute, la fame enorme della gente contro i graziosi pranzi ipercalorici preparati per il capo supremo che obbliga a turni estenuanti i suoi sottoposti pur di poter digerire pazientemente la zuppa di carne. In questo delirio collettivo la vendetta di questo serial killer sembra essere il minore dei problemi, il minore dei mali, il minore da sopportare.
In una scelta narrativa tanto abile quanto temeraria, Tom Rob Smith anticipa di quasi trent’anni una vicenda di cronaca nerissima: la grondante saga di Andrei Chikatilo, il famoso e famigerato “Mostro di Rostov” che disseminò l’Unione Sovietica pre-Glasnost di decine di cadaveri di bambini e adolescenti variamente mutilati e divorati. Eppure non è il serial-killer il protagonista nero della vicenda. (la cui tenebrosa storia personale dà il titolo al libro la nemesi di Leo Demidov). In Bambino 44, il vero antagonista è, di nuovo, il sistema stesso, incarnato dal mellifluo, lugubre, sadico ufficiale parigrado nemico giurato di Leo. Tom Rob Smith intreccia queste due storylines primarie, la caccia a un killer diabolico e sfuggente da un lato, lo scontro soprattutto etico tra “poliziotti” dall’altro, collocandole contro un sfondo da girone dantesco invogliando il lettore a tenersi stretta la propria libertà, la carta costituzionale dei diritti dell’uomo e l’altissima politica europea raggiunta in questi anni nonostante le divertenti digressioni delle lobby tecnocratiche ed economicistiche.

Voto: 7,5

Edizione di riferimento: Bambino 44 (Child 44), di Tom Rob Smith, 444 p.Traduzione di Annalisa Garavaglia, Sperling & Kupfer, 2008

mercoledì 12 gennaio 2011

Immutatio: La potenza dei classici.




 Dopo la pausa festiva lo staff è lieto di annunciare una nuova sezione del blog che si va ad aggiungere alle Recensioni e alla rubrica Sineddoche curata da Matteo. Come da titolo Immutatio si occuperà di spolverare e riaffrontare quei libri considerati “classici”. Il nome Classico nell’uso editoriale, senza tirare in ballo le etimologie medievali e scolastiche, deriva da una collana promossa dalla casa editrice Mondadori all’inizio degli anni ’60. Si occupava di tradurre e proporre in veste editoriale economica i libri dell’umanità fondanti del pensiero occidentale e della sua letteratura. La "rossa" Mondadori continua la sua opera di diffusione culturale cercando aggiornare continuamente le introduzioni, i commenti e note al testo in modo da permetterci di interagire con lo scritto in maniera assolutamente autonoma. Fu una indiscussa rivoluzione in fatto di critica letteraria (almeno sul suolo italiano, accademico per eccellenza). Produsse, infatti, una vera e propria caccia all'economico che obbligò Einaudi a creare una collana economica universale da contrapporre agli Struzzi stile libero e la "bianca" Einaudi la prestigiosa collana poetica e narrativa inaugurata negli stessi anni.


  



A questo primo abbozzo si aggiunse poi la raccolta Bur Rizzoli che suddivise ulteriormente i libri “capitello” senza trascurare le grandi letterature d’Oriente, in particolare in ambito medievale (epoca dove meglio si sono svolti gli incontri di civiltà religiose come il cristianesimo, islam, e induismo).
Oggi il termine “Classico” ci rimanda all’istituzione di un canone culturale e letterario preciso istituzionalizzato a livello ministeriale. Comprende, insomma, tutti quei libri che a scuola ci hanno obbligato volenti o nolenti a leggere o comunque a studiarne i tratti essenziali in antologia. Il taglio della rubrica si occuperà, invece, di illustrare i classici come pura rappresentazione di amore altissimo per il mondo e la sua rappresentazione. “Bisogna fidarsi dei libri che hanno avuto il battezzo del tempo” afferma Murakami in Tokio Blues (o Norwegian Wood) ovvero quelli che hanno superato la propria epoca per mimetizzarsi nell’inconscio collettivo e nella memoria culturale di una civiltà. Raramente noi occidentali ci pensiamo come un popolo forse siamo troppo abituati a percepirci Nazioni già autosufficienti ed adulte; quindi come educazione abbiamo bisogno solo ed esclusivamente di noi stessi. La Letteratura del Classico ci rivela esattamente l’opposto: rammenta che siamo persone e come tali immerse in una società che ci condiziona in modo diverso a seconda dell’epoca in cui ci troviamo a vivere. Ci sono tratti, tuttavia, universalistici presenti in ogni dove mascherati dietro forme tragiche o sentimentalistiche. Sono proprio queste rappresentazioni simboliche tratteggiate dai “grandi” a farci percepire più mondi e invocazioni a qualcosa che ci trascenda aumentando così il nostro spazio interiore e umano.
I classici sono quindi un patrimonio dell’umanità e vengono raccolti non solo nella narrativa ma anche nella saggistica, nei trattati filosofici e nella poesia. Ogni forma comunicativa deve superare e superarsi per giungere anche in altre epoche non tanto per sfizio culturale o egocentrico degli autori ma deve essere un’eredità inesauribile di intuizioni.
“Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani”I.Calvino
I classici sono quindi medaglie, non al valore, ma protezioni contro il mondo tecnocratico cieco e sordo alla Orwell, contro i potenti alla Dickens, di amori impossibili e mitici come Medea, le donne magistrali di Zola. Sono lo sfondo spirituale del mondo, l’eredità preziosa e insindacabile che cerca amanti laddove oggi si producono operazione sapienti di marketing.


E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria prima di morire”». I.Calvino

L’ipertrofia letteraria, il suo dilettantismo totale, dimostra la sua profonda agonia. La Sapienza, come illustra il libro biblico, passa attraverso il tempo e non quello del marketing che può far felice i consumatori  e gli scrittori che intendono sopravvivere. E’ solo una piccola parte del mondo, quello più immediato e contingente e ovviamente necessario, tuttavia, è importante sapersi rammentare di volgere il volto verso il vecchio e contemplarlo. Una società che odia il classico è in agonia spirituale e non morale (la morale non esiste essa è sempre personale e relativa). Dobbiamo imparare la bellezza prima di morire-proprio come Socrate- e per questo non possiamo desistere dai nostri propositi d’amore verso il “capolavoro” giunto dimenticato e dimesso nell’epoca del libro intrattenimento, o meglio del “libro trattenuto”.
Il capolavoro è un viaggiatore nel tempo, non è un proclamo sensazionale o una sapiente operazione di marketing.
Per questo speriamo che la rubrica possa instillare amore per la bellezza, curiosità e destare la pazienza e la fatica del procedere fra giganti indiscussi ma comunque allontanati e relegati a colonne d’ercole europee.

 

Iniziamo la rubrica con una comunicazione di servizio.
Segnaliamo le grandi collane di classici economici delle maggiori case editrici presenti sul mercato italiano:

Newton Compton esce periodicamente con classici di altissima qualità a basso costo che variano dai 5 ai 6 euro.

Mondadori con 4 edizioni economiche e una collana di classici contemporanei. I prezzi in media sono 9 euro

Einaudi con 5 collane di economici che attraversano la narrativa, la poesia, e la saggistica con i classici Paperback. I prezzi restano i più elevati del mercato che si aggirano intorno ai 12 euro.

Bompiani con una collana di ristampe periodiche.

"Gli elefanti" di Garzanti con un prezzo medio di 8 euro.

Guanda che ripropone classici minori, uniti alla Tea edizioni sempre attorno agli 8 euro.

Ed infine Feltrinelli che propone ristampe di classici integrali con prezzi che si aggirano in media ai 7 euro.


(se ho dimenticato di segnalare delle collane importanti, fatemi sapere tutto tramite e-mail oppure attraverso un commento pubblico e sarò lieta di correggere l'elenco)

giovedì 30 dicembre 2010

Sineddoche: Madame Bovary





Ho letto Madame Bovary. L’ho fatto indulgendo ad una lentezza che, benché non mi privasse di una forza appassionata, nell’atto di leggere il libro, me l’ha fatto rileggere, procurandomi tutto lo spettro di queste emozioni: brio, divertimento, affetto, contemplazione, epifania, terrore, noia, fastidio, ripugnanza, e giunto all’epilogo tutta la lista di avvertimenti ben noti ad ogni ipocondriaco che si rispetti.
Il lettore di Madame Bovary viene a trovarsi di fronte ad una evidenza eclatante, quasi impudente nella sua platealità: capisce cioè, di avere tra le mani il romanzo perfetto. Succede per molteplici ragioni, e non pretendo certo di essere acuto o originale scrivendo due righe a braccio su un romanzo che ha accumulato centocinquanta anni di minuziosa esegesi. Tuttavia, non manco delle mie buone ragioni.
Anzitutto, il fatto stilistico: Capitolo VIII parte seconda, parodiando la tronfiaggine di Homais, Flaubert sembra raccogliersi in un piccolo vezzo autocompiacente - ce lo immaginiamo dopo una lunga giornata di accanita lotta con il linguaggio:
- Che catastrofe spaventosa! – esclamò il farmacista che trovava sempre espressioni adatte a tutte le circostanze immaginabili.

Che è quello che accade precisamente alla scrittura di Flaubert, qui impegnata a marcare una distanza, non solo critica, ma anche viscerale dai suo personaggio: Il mediocre Homais trionferà pure come trionfa la vita, godrà della gloria che si è guadagnato per mezzo delle abiezioni, ma lo scrittore lo punisce in continuazione, degradandolo tramite la comparazione:  Homais sfoggia la sua cultura raccogliticcia, Flaubert la grandezza dello manipolazione linguistica ( E l’erudizione che gli consente di giocare con la sua piccola creatura ). Un moralista è denudato da un giudizio di valore sfoderato sul campo della cultura: una rivincita che la vita concede assai raramente agli uomini vocati alla verità.
Lo stile flaubertiano, tra le altre cose, è essenzialmente un lavoro contro l’inerzia del linguaggio a farsi parola creativa, e il fulcro di questo stile sembra essere la concentrazione evocativa, che chiamo “densità sensoriale”; cioè la possibilità di esprimere, nel più sintetico dei modi possibili , tutta la gamma delle possibili sensazioni, la risonanza di un ambiente sui sensi, come nel caso di questo periodo:

La tenerezza dei giorni passati tornava loro nel cuore, abbondante e silenziosa [udito] come il fiume [vista] che scorreva [udito, vista] con tanta mollezza [tatto] quanta ne portava il profumo [olfatto] delle serenelle.

Tematicamente, poi, fra le tante risorse che il romanzo possiede, pur nella celebrata e vituperata impassibilità \ obiettività, Flaubert si premura di rispondere - com’è ovvio, per un libro promosso a status di classico - a tutta una serie di questioni esistenziali: il conflitto fra sogno e realtà in Emma, certo, la rapacità e la volgarità della vita, la sopravvivenza dell’esistenza alla tragedia ( e quindi la sua indifferenza alle sofferenze ), ma anche la degradazione sociale, l’educazione non proporzionata al ceto etc. Eppoi, un’altra domanda, dall’apparenza secondaria: di cosa ci innamoriamo quando ci innamoriamo? La risposta - come faceva già notare Barthes - è: dei dettagli. Nel romanzo succede continuamente, quasi coattivamente: i dettagli sono i latori della seduzione, dell’amore sensuale, concretizzazioni del desiderio. E’ chiaro che accade davvero così, nella vita, ma nell’ottica del romanzo questo accanimento fenomenologico sembra suggerire che l’amore è possibile solo fuori da una prospettiva generale, escludendo cioè una visione d’insieme - sulla persona, sulla vita - che è prima deludente, poi agghiacciante, infine mostruosa, in una climax di disperazione. D’altra parte, sono i personaggi stessi a rivelarsi di volta in volta poveri, sognatori o meschini, in rapporto al loro desiderio ( che nasce dai dettagli ).
Carlo, bonario succube di una madre fin troppo operosa, Edipo inconcludente, prototipo del marito amorevole e tuttavia tragicamente inadatto, di fronte a questo desiderio ( “Carlo fu sorpreso dalla bianchezza delle unghie della giovane. Erano lucenti, appuntite, più levigate degli avori di Dieppe, e tagliate a mandorla”) - è meravigliosamente e colpevolmente inconsapevole, e le sue sempre più frequenti visite ad Emma si svolgono nel segno di questa automazione, di questa inconsapevolezza: - Quanto a Carlo, non si chiese perché andava ai Bertoux con piacere. Se ci avesse pensato, avrebbe indubbiamente attribuito il suo zelo alla gravità del caso o forse al profitto che se ne attendeva.
Quando Emma si innamora di Leone, al contrario, il dettaglio si rivela comparativamente, seguendo la logica dell’evasione, della rivolta romantica a cui Emma è congenitamente fedele:- Ella notò le sue unghie che erano più lunghe di quanto portavano gli altri, a Yonville.
Rodolfo, invece, nobile provinciale e rozzo seduttore, conosciuta Emma, riepiloga sommariamente le sue doti fisiche, come si fa con un capo di bestiame: “ E’ assai carina! “ – egli diceva tra sé – “ è assai carina quella moglie del medico! Bei denti, occhi neri, piede civettuolo, ben fatta, come una parigina.”
Denti, occhi e piedi che, veicoli di una passione che rompe fragilissimi equilibri, alla morte di Emma saranno mortificati dall’unzione sacerdotale, sorta di sfregio che la continuità della vita – e della comunità con la sua ipocrita sopravvivenza -  impone a chi tenta di venir meno alla loro (della vita e della comunità) inflessibile autosufficienza: “Immerse il pollice destro nell’olio, e cominciò le unzioni: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato le magnificenze terrestri; poi sulle narici, ghiotte di brezze tiepide e profumi d’amore; poi sulla bocca, che si era aperta per la menzogna, che aveva mandato gemiti d’orgoglio e gridato alla lussuria; poi sulle mani, che avevano goduto contatti soavi, e infine sulla piante dei piedi, così rapidi un tempo, quando ella correva a soddisfare i suoi desideri, e che ora non avrebbero camminato più".


venerdì 24 dicembre 2010

In nome della Madre. Erri de Luca contro il Natale come ideologia.


Ma c’è un bianco dentro la luce
ancor più misterioso
più oscuro delle ombre
più chiaro delle evidenze,
lo so, lo so da molti anni,
mi tiene per sé, lo tengo per me,
non per egoismo, non per altro,
perché questo è il mio colore.
Di questo bianco parla Dante,
di questo, non degli altri:
la calce violenta dei muri,
la pagine mai scritte,
i fumi delle cose che non sono.

Vittorio Cozzoli






Ho cercato un libro natalizio. C’era Dickens, c’era Murno. Ho preferito un libro piccolo intriso di una stagione malinconica e di poesia andata.  Non è difficile intuire cosa sia questo piccolo gioiello:

E' la storia della nascita di Gesù (che non viene mai nominato, chiamato semplicemente figlio) di Miriam e di Iosef di Giuda, ovvero colui che si è fidato. La fiducia è l’unica certezza del libro è la bellezza e la pienezza ingenua della parola contro ogni ragionevole dubbio. Il punto di vista è quello di Miriam, donna già nel nome prediletta. Appellativo duplice il suo: 

"In ebraico esistono due emme, una normale che va in qualunque punto della parola e una che va solo in ultima casa. Miriàm a due emme, una d'esordio e una terminale. Hanno due forme opposte. La emme finale, mem sofit in ebraico, è chiusa da ogni lato. Quella iniziale è gonfia e ha un'apertura verso il basso. È un'emme incinta".



Lo stile è lineare, semplice, dimesso. Protagonista è la semplicità della vita, quella che attraversa ogni esistenza ordinaria e straordinaria. L’umanità diventa sacra nei suoi moti quotidiani, nelle piccole e grandi trasgressioni, nelle fughe e nelle rinascite di ogni comunità. Assistiamo ad un bambino che non piange, consapevole come la madre del suo destino segnato. Diviene per questo fondamentale  il momento fra la notte e l’alba quando madre e figlio sarebbero stati soli nell’attesa della venuta del tempo. E’ un canto per la Madre di Dio e la gloria di colui che porta il suo nome (in Israele il nome è di discendenza matrilineare).

[…] fino alla prima luce Iesu è soltanto mio. E’ solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Stanotte qui a Bet-Lehem è solamente mio. Succhiava e respirava, la mia sostanza e l’aria: “Non potrai avere niente di più bello di questo figlio mio. Il respiro di una notte di kislev scarsa di luna, te l’offre la terra di Israele, il succo di madre-pianta lo spremi tu da me.  Questo è il meglio che potremo darti, la tua terra ed io.” […]


L’adolescenza di Miriam va morendo nel momento in cui accetta di essere invasa dalla mansuetudine e dall’obbedienza al destino prescrittole. Indipendentemente dalla volontà di fede, questo libro sviscera la gravidanza senza diventare ideologico. Erri de Luca ricorda in una bella intervista a Feltrinelli editore:  

“La gravidanza è una scelta della donna, gli uomini stiano zitti uccidono solo il mistero, e non c’è nessuna ragione per vietare anche la soppressione di una gravidanza. Dimostra la libertà della vita”. 


Miriam è inedita, non è la figura muta a cui siamo abituati. Ella è davvero regina e non cede di un passo. Non riconosce il testo sacro come vincolante, ma usa il corpo per compiere il suo istinto che è l’attimo escatologico irripetibile. E’ duttile, attenta, vigile, cauta. E’ una regina di Israele così come lo sono state altre prima di lei. Avevano avuto ragione nonostante la rabbia degli uomini:  

“[…] c’erano state donne in Israele che avevano avuto ragione contro la legge. Avevano agito con il loro corpo contro i comandamenti ed erano diventate madri di Israele".

Prima che la rinascita del Sole, oggi è la rinascita di una nuova consapevolezza che prima o poi tutti gli uomini dovranno riconoscere, la fiducia nel poter dire: “E’ stata più giusta di me”.

Sino ad allora, ogni Natale che scorrerà sarà vano.

lunedì 20 dicembre 2010

L’Apocalisse di McCarthy sotto la lente di René Girard: The Road.





“Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”.
(McCarthy intervista a la Repubblica il 10\01\2010)


La Strada è diventato un libro di culto fra pochi eletti. Considerato il peggiore di McCarthy dal grande pubblico, insipido, triste, senza azione e abbandonato a sé stesso non voleva trovare mercato in Italia né come libro né come film. Grazie al cielo uomini spiritualmente vivi, come i manager editoriali dell’Einaudi, hanno salvato dal baratro un capolavoro che altrimenti rischiava di tagliare fuori nuovamente questo paese beota dalla sapienza collettiva.
La trama è lineare e disperante. Un padre e un figlio, sopravvissuti ad una catastrofe, fuggono dai rigori invernali in una America senza cibo, acqua potabile, animali e piante. Piove sempre e se non piove la cenere avvolge ogni cosa soffocando il sole e ogni tentativo di vita. Nemmeno un abbozzo intorno a loro. Le giornate sono una costante lotta per il cibo, ripararsi dal freddo inverno, e fuggire dai loro simili che dediti al cannibalismo si nutrono di tutto ciò che respiri. La madre del bambino suicidatasi, lascia una pistola carica di tre proiettili con cui il marito e il bambino in estremo pericolo si sarebbero tolti la vita. Mentre l’uomo cede alla debolezza e alla malattia il bambino si fortifica e mantiene vivo il fuoco della speranza circa il destino che li attende.

McCarthy è un dolorista, un solitario che non ama la leggerezza ma la tratteggia e la esclude poi (penso lo faccia inconsciamente).  Apre mondi desolanti misterici, e in questi anfratti non esiste il femminile quindi la speranza. Il richiamo profondo al Dio abramitico è totale anche se non voluto immediatamente e viene alla meglio celato.  In una delle sue rare interviste (mi riferisco a quella apparsa su Repubblica il 10\01\2010) afferma la summa del suo modus operandi: “Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”. McCarthy è bravo, religiosamente colto, un uomo colmo di spirito e di altrettanta intelligenza per essere scettico di questo.
La Strada è stato definito un romanzo di formazione apocalittica in cui il rapporto padre e figlio era tratteggiato misticamente e in maniera poco reale, vago e volutamente insipido. Niente di più superficiale poteva essere detto di fronte a questo capolavoro che segna l’abbandono di McCarthy alla frontiera e il mito americano di una generazione self made man e valorosa. Già in una sua precedente fatica Non è un paese per vecchi (con trasposizione cinematografica dei fratelli Coen) McCarthy dimostra la sua vena cristologica: So che nella storia di una famiglia ci sono sempre un sacco di cose inventate di sana pianta. Nella storia di qualunque famiglia. Le storie si tramandano e la verità si tradisce. Come si suol dire. E probabilmente c'è chi pensa che ciò vuol dire che la verità non è abbastanza forte. Ma si sbaglia. Secondo me, dopo che tutte le bugie sono state dette e dimenticate, la verità sta ancora lì. Non va da nessuna parte e non cambia da un momento all'altro. Non si può corrompere, così come non si può salare il sale. Non si può corrompere perché è quella che è.”
Sta parlando della verità nei legami affettivi, delle ombre che vengono esposte in millenni di letteratura, in saghe mitiche, in scritture pre e post abramitiche. Tutti i grandi romanzi, da Dostoevskij a Melville sino ad Isaac Asimov passando per la Austen e la Woolf, parlano ed espongono in maniera chiara o velata di questioni circa l’universalità dei rapporti umani e delle loro implicite complicazioni. La Strada, come ogni libro di McCarthy, è stato accusato di essere maschilista nel senso più becero del termine ovvero di non portare mai una figura femminile sullo sfondo predominante della storia. McCarthy non usa mezzi termini: ”Quando si parla di violenza è bene non mettere di mezzo la donna, se pensi alla donna quella ti porta speranza e nei miei romanzi non voglio parlare di speranza.” Come vedremo in seguito, questa affermazione sarà predominante.


La Strada scorre via veloce, non porta da nessuna parte e per certi versi è lontanissima, anzi direi ulteriore, rispetto alle precedenti fatiche dell’autore. McCarthy cerca di usare la potenza comunicativa delle scritture mitologiche e usa quelle con cui ha più affinità essendo egli cattolico irlandese (anche se ama definirsi scostante rispetto al cattolicesimo, forse un po’ per premura, ma come O’Connor il substrato religioso permea ogni virgola dello scritto). La funzione delle scritture, prima fra tutte la Bibbia, è mostrarci come i rapporti fra le persone siano causa di eventi e mai conseguenze occasionali volute da una immensa mano pacifica dicasi Dio o destino. Nel Levitico si tratteggiano i rapporti fra padri e figli che confluiscono nella speranza profetica di Isaia nel veder finalmente placata l’ira e la furia della divinità contro coloro che dovevano essere i suoi figli prediletti.  René Girard fa bene a sottolineare in un volume (Prima dell’apocalisse, René Girard, Transeuropa) che l’ira dei padri è perenne sino alla fine dei tempi. Essi saranno sempre impositivi, iperprotettivi e quindi ingiusti e tirannici. L’alternarsi di generazioni apre al tempo escatologico verso la fine dell’era del Padre per mano del Figlio e non è mai un processo indolore, anzi passa attraverso la morte e il sacrificio. Nessuno vuole morire, checché si dica di sacrosanti eroi che amano gettarsi nella morte con serena gloria, nemmeno i santi e nemmeno i figli di Dio si sentono esenti dalla paura della Soglia.  McCarthy lo sa e lo usa con sereno distacco. Essendo egli stesso padre, registra come naturale, imporre al figlio la forzata sopravvivenza, la non rassegnazione, la lotta e la bellezza del mondo. E’ in questo contesto estremo, la catastrofe non meglio definita del libro, che il padre vive in funzione del figlio annullando la sua ira verso il mondo e si concentra sulla sua sopravvivenza dello stesso, simbolo della Vita globale. Non è il Dio ebraico che fa perire il figlio e lo sacrifica, ma porta su di sé il sacrificio necessario affinché il tempo si compia ovvero l’abbandono della vendetta e del giudizio. Il padre di McCarthy è inflessibile, vendicativo con chi tenta di metterli in pericolo, guarda con disprezzo gli uomini che si sono lasciati andare al tabù del cannibalismo e hanno abbandonato il fuoco (Tu porti il fuoco? Chiede il bambino all’uomo sulla spiaggia e non accetta un rifiuto come risposta, pena la morte). Si dedica con tutte le forze alla sopravvivenza del figlio divenuto nella sua consapevolezza salvifico (Quando non so più cosa immaginare, mi nutro dell’immaginazione della mente di un bambino). Non è solo salvifico per il padre, ma diviene il simbolo dell’archetipo misterico per eccellenza: la vita indistruttibile.
Il libro, e di conseguenza anche il film, sono stati definiti distopici poco credibili e l’innocenza del bambino è stata mal tollerata da un pubblico cinico e superficiale. Basti cambiare prospettiva e spostarsi realmente sull’analisi biblica dell’apocalisse per vedere come il libro si inserisca in un contesto ulteriore. René Girard afferma: “Mostrare la crocifissione come il sacrificio di un innocente, equivale a rivelare (apocalissi è rivelazione e non distruzione) la natura collettiva dell’omicidio, permettendoci di capire che si tratta di un fenomeno mimetico. Se i “poteri” (prima lettera ai Corinzi) avessero saputo chi era Cristo e cosa sarebbe successo non lo avrebbero mai crocifisso, significava firmare la propria condanna ovvero mostrare il meccanismo di potere più reale e sincero: la persecuzione ingiusta poteva essere rivelata”. Ne la Strada non abbiamo più bisogno di questo, i poteri hanno divorato ogni cosa. Piove perennemente e se non piove una coltre di cenere rende impossibile filtrare la luce del sole. Gli animali si sono estinti e la terra è sterile. Le donne del film finiscono per suicidarsi in massa, essendo il corpo femminile  legato al ciclo naturale, interrotto e mortificato da coloro che non hanno saputo preservare la vita come bene primo e ultimo. McCarthy dimostra come le stesse gerarchie ecclesiastiche siano cieche di fronte al reale pericolo umano, non la biogenetica che apre alla vita proprio la dove la natura lo impediva, ma la protezione dei poteri costituiti tramite armi totalmente compromettenti come quelle atomiche. Mentre si guarda all’uomo come centro delle teorie e speculazioni religiose, la vita ci passa oltre umiliata e affranta. OGM, allevamenti intensivi da lagher sovietici, piogge acide controllate tramite dispositivi chimici. I poteri non proteggono la vita, ma la gestiscono come meglio credono pensando solo al destino della progenie umana. Il libro dimostra come l’uomo senza la Natura non sia altro che desolazione. Un animale in via d’estinzione come tanti altri.
Altra metafora espressiva è lo sfondo femminile: dove manca la vita la donna è assente. Nemmeno il femminismo più acuto ha colto davvero l’essenza della donna permeata di una risorsa inestimabile che è la speranza intrinseca alla vita. Non è un caso che nell’apocalisse ad apparire sia una donna vestita di luna gravida, ovvero ricolma di gloria (la vita gloriosa delle baccanti dionisiache). McCarhy però non vuole essere consolatorio, così mentre il padre si dimostra sempre più attaccato alla vita, il bambino diviene generoso e non vuole punire chi tenta di derubarli del carrello delle provviste, anzi le sperpera nel tentativo di conservare vita attorno a sé. Sono atteggiamenti entrambi distruttivi e senza equilibrio.  Il vecchio, che il bambino porta con sé, rifiuta il cibo offerto e rifugge la vita ben conscio di non voler continuare in uno scenario tanto desolante. Rinfrancato dalla vita può congedarsi da essa con serenità, e nonostante il bambino non lo capisca, si guarda bene dall’imporre una supplica ricordando quanto sia importante- e talvolta vitale- scegliere la morte rispetto alla vita. Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.

Nel libro di McCarthy è l’apocalisse biblica ad essere la reale protagonista, la desolazione dopo l’invasione di Gog e Magog, l’assenza di tempo perché tutto è compiuto: Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e di bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.

Il Film:
Buon adattamento da parte di Jhon Hillcoat. La sceneggiatura non tradisce le aspettative del lettore. Gli scenari sono resi con la giusta crudeltà, così come le scene più crude del film non vengono risparmiate o censurate. Il film è abbastanza lento, nonostante l’angoscia e la tensione costante, ma non ha buchi di regia. I campi lunghi sono una scelta felice per sottolineare la vastità e la piccolezza degli uomini mentre ci si avvia con questa umanità-relitto verso Sud.
Ringrazio la Videa-CDE che ha avuto le palle per acquistare i diritti di distribuzione fregando i cinefili di casa nostra amanti dei panettoni e di battute di bassa lega.



Voto libro: 9
Voto film: 7,5